Nel corso del convegno “Connessioni mediterranee” è intervenuto il ministro degli esteri Antonio Tajani, in dialogo con il direttore de L’Altravoce Alessandro Barbano. Tanti i temi al centro del loro confronto, dalle trattative di pace in Ucraina al rapporto con gli Usa, fino alle riforme su cui il governo sta premendo l’acceleratore.
Ministro, abbiamo discusso per due giorni dello sviluppo del Mezzogiorno. Tutti questi nostri discorsi si inscrivono in una cornice geopolitica di grande incertezza: l’UE ha corretto il piano Trump per la pace in Ucraina. Lei ha detto che i piani di pace non devono somigliare a una resa mascherata. Quanto è importante che quella trattativa si chiuda in un modo onorevole e tale da garantire la sovranità ucraina?
«Credo che il fatto di avere una pace giusta sia un segnale al mondo intero. Per l’Europa è fondamentale proteggere l’Ucraina per rendere evidente che il più forte non è legittimato a fare ciò che vuole, in barba al diritto e a ogni regola di convivenza internazionale. Detto questo, certo si deve arrivare alla pace. C’è una clausola proposta dall’Italia, una sorta di articolo 5 della Nato, che prevede che in caso di attacco i Paesi alleati intervengano in difesa del paese aggredito. E però molto importante che di questo piano di pace siano parte anche gli Stati Uniti».
C’è chi dice che il piano Trump è figlio del disimpegno dell’Europa su altri scenari, come quello mediorientale. Lei come si rappresenta il presente e il futuro dell’alleanza euroatlantica?
«È un’alleanza fondamentale che è inscritta nella natura dell’occidente. Usa e UE sono due facce della stessa medaglia, ma l’Europa deve fare di più, perché negli anni ha abusato della garanzia di difesa offerta dagli Usa. La Nato si regge su due pilastri, uno americano e l’altro europeo e noi europei abbiamo il dovere di rinforzare il nostro contributo. Anche in questo l’Italia svolge un ruolo importante. Se c’è un equilibrio tra le forze si riesce a difendere meglio la pace: se si vuole essere portatori di pace, è necessaria una forza militare che non sia facilmente vincibile».
La vicinanza dell’Italia a Washington non rischia di ridurre il tasso di europeismo del nostro Paese?
«Grazie all’Italia i rapporti tra gli Stati Uniti e l’intera Europa sono migliorati. Io sono un europeista convinto e non starei mai in un governo antieuropeo, ma sono anche un atlantista convinto. Le due cose si sposano, non sono progetti alternativi. Certo, c’è bisogno di uno sforzo per conciliare le due prospettive, bisogna avere la capacità politica di renderle compatibili. L’importante è mantenere un solido rapporto tra pari».
Perché si stabilisca la parità c’è bisogno di un rafforzamento della difesa. Ma ogni cancelleria europea agisce per conto suo, mentre si arranca rispetto alla costruzione di una difesa comune. Lo stesso vale per il tema della governance europea e per il tema del superamento del voto all’unanimità.
«Noi di Forza Italia siamo favorevoli al superamento dell’unanimità, perché rischia di bloccare l’Europa. Nel suo ultimo intervento pubblico, Berlusconi lasciò in una sorta di testamento politico due grandi questioni europee: il superamento dell’unanimità e la costruzione di una difesa comune. Servono riforme istituzionali a livello europeo: il superamento del voto all’unanimità, la riforma che deve portare il parlamento Ue ad avere iniziativa legislativa, poi servirebbe unificare le figure del presidente della commissione e del presidente del consiglio Ue; poi, ancora, va completata la costruzione del mercato interno: bisogna fare l’unione bancaria e l’armonizzazione fiscale. Sono problemi che toccano la sopravvivenza del nostro sistema industriale. Dobbiamo investire su queste riforme se vogliamo essere competitivi nell’era delle grandi forze mondiali. Come segretario di Forza Italia mi batterò sempre per queste riforme».
Ma che aria si respira in Europa? Non si vede grande convergenza nelle famiglie europee su questi temi.
«Il nostro interesse è quello di non essere marginali nella competizione globale. Avere un’Europa forte non vuol dire essere contro la propria patria: l’Europa nasce sulla storia dell’impero romano e del cristianesimo. Dobbiamo comprendere che l’Europa è la nostra identità e la nostra storia, non è un orpello né una sovrastruttura. È una civiltà, un modello, che ha al centro anche la difesa dei diritti di ogni persona. L’umanesimo europeo è questo: non si può non credere nell’Europa, che non va confusa con la burocrazia comunitaria».
L’altro giorno nel parlamento UE c’è stato un voto sulla difesa dell’Ucraina in cui la Lega si è astenuta, al contrario di Fi e Fdi che hanno votato a favore. Queste divisioni possono mettere in discussione l’equilibrio della maggioranza?
«Stiamo inviando il dodicesimo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina e come Italia siamo in prima fila. Non c’è una divisione in Parlamento. Poi ci sono posizioni diverse nel dibattito sulla pace, ma l’Italia non ha mai lasciato da sola l’Ucraina e questa è l’unica cosa che conta. Dobbiamo lavorare perché si metta fine alla guerra che ha portato a centinaia di migliaia di morti. Confido anche nella volontà. di Trump di vincere il Nobel per la pace: farà di tutto per portare Zelensky e Putin al tavolo delle trattative».
II nostro festival si chiama “Connessioni Mediterranee”. II piano Mattei vuole stabilire una connessione con l’Africa. Questo comporta un approccio diverso alle politiche sull’immigrazione, vista anche la crisi demografica che affligge il nostro Paese?
«Le faccio un esempio su questo: recentemente sono stato in missione in Africa; inaugurando l’istituto italiano di cultura in Senegal ho partecipato alla lezione di italiano che veniva fatta a una quindicina di operai senegalesi che sarebbero venuti a lavorare in Italia e che studiavano l’italiano per integrarsi meglio. Le nostre aziende hanno bisogno di manodopera, dobbiamo favorire l’immigrazione regolare, formare gli immigrati, prepararli e farli integrare. Queste persone devono avere un lavoro dignitoso e non essere sfruttate».
Siamo in una fase di transizione istituzionale. Sulla giustizia si esprimeranno i cittadini nel referendum e altre riforme sono state lanciate, compresa quella della legge elettorale e il premierato. Sono cantierizzabili in tempi stretti?
«Le riforme sono fondamentali per garantire al paese un miglior funzionamento. Le tre riforme giustizia, premierato e autonomia – erano nel nostro programma elettorale. Per noi di Forza Italia la priorità era quella della giustizia. È una riforma di buon senso, che garantisce equilibrio e depoliticizza la magistratura. La giustizia impatta molto anche sull’economia: la lentezza della giustizia civile provoca un danno del 3-4 % del Pil ogni anno e per questo spingeremo anche sulla riforma della giustizia civile. Anche le altre riforme andranno avanti: l’autonomia deve essere una garanzia per tutti i cittadini, da Reggio Calabria a Bolzano. Non bisogna commettere l’errore di fare una riforma che privilegi una sola parte del Paese a danno di altre. Spero che potremo mettere in cantiere anche il premierato prima della fine della legislatura. Ma ribadisco che per noi la riforma delle riforme è quella della giustizia: era la battaglia di Silvio Berlusconi, ma è anche la battaglia per un paese civile in cui il diritto del cittadino è anteposto al diritto dello Stato. Sono