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Dettaglio intervento

(fa fede solo il discorso effettivamente pronunciato)


Gentile vice Ministro INEICHEN
Presidente Podestà
Ambasciatore Regazzoni
Ambasciatore Martinelli
Console Baggi
Signore e Signori


Mi fa molto piacere essere qui con voi oggi per celebrare i 150 anni di relazioni diplomatiche fra Svizzera ed Italia. Il 17 marzo 1861 la Confederazione elvetica fu il secondo Stato europeo a stabilire rapporti con l’appena nato Regno d’Italia. Il sentimento di solidarietà che ci fu allora dimostrato è ancora oggi importante.


Lasciatemi, in questa occasione, sollevare brevemente tre punti che mi sembrano interessanti per lo sviluppo dei nostri rapporti.


PRIMO PUNTO
Esiste nella relazione bilaterale Italia/Svizzera, un paradosso evidente.
Siamo vicini, abbiamo rapporti economici e commerciali molto rilevanti (l’Italia come è noto il secondo partner commerciale con un scambio di 33 miliardi di euro nel 2011), la comunità di origine italiana che vive in Svizzera è di oltre 500 mila persone, 50.000 frontalieri italiani lavorano nel Ticino, l’Italia è una delle lingue ufficiali della confederazione Elvetica, ma – questo è il paradosso – non ci conosciamo granché. Non ci conosciamo abbastanza.


Le percezioni reciproche sono riduttive.
Occasioni come queste, io credo, devono anche comportare l’impegno di colmare questo gap in entrambi i paesi. E quindi sono d’accordo con la proposta che mi è appena stata rivolta dall’Amb. Regazzoni: è importante che i nostri due Paesi lancino un forum della società civile. Come esponente del Governo Italiano, penso che sia un’ottima idea e prendo oggi l’impegno a realizzarlo.


SECONDO PUNTO
La Svizzera è stata storicamente, per l’Italia, terra di accoglienza di emigrati e rifugiati.
Ma è vero che parte dell’Italia conosce questa traiettoria storica in modo incompleto. Per fare solo un esempio, pochi ricordano il sostegno del Ticino alla causa risorgimentale: il Ticino, lo sappiamo, ospitò Mazzini, Carlo Cattaneo amò la Confederazione e ne studiò le istituzioni, un modello di civismo democratico.


La realtà, quindi, è che la parte migliore della storia della nazione italiana si è intrecciata con quella della Svizzera, è stata possibile grazie al suo appoggio.
Mentre celebriamo i 150 anni delle relazioni diplomatiche, che coincidono con i 150 anni della Unità d’Italia, è giusto ricordarsi di questo.


TERZO PUNTO


Continuano tuttavia ad esistere – ne avremmo immediata conferma se facessimo un sondaggio come quello recentemente pubblicato da Limes (“L’Importanza di essere Svizzera”) – luoghi comuni reciproci.


Per l’Italia la Svizzera è un paese virtuoso ma un po’ cinico e noioso, ripiegato su sé stesso. Ambiguo sull’Europa (in cui si propose di entrare nel 1992 per poi dimenticarlo), poco aperto al mondo, pronto a sfruttare i peccati nostrani.


In realtà si tratta davvero di luoghi comuni perché storicamente e fino ad oggi la capacità di irradiamento globale della Svizzera, non solo economica ma anche culturale, è stata e resta molto superiore a quello che pensiamo.


La Svizzera è la patria di Rousseau, Constant, Pestalozzi, Madam de Staël, del linguista de Saussure, del saggista Denis de Rougemont (che ha scritto un libro essenziale: “La Svizzera, storia di un popolo felice”) e poi ancora di Dürrenmatt, di Starobinski, di Paul Klee e potrei continuare con il fisico Paoli; insomma anche guardando la storia più recente, la storia del pensiero politico, della cultura umanistica, della letteratura e del pensiero scientifico, il contributo della Svizzera alla civiltà europea è stato davvero molto rilevante. E in campo economico le multinazionali svizzere sono presenti a Milano e nel mondo globale: il motto “piccolo e bello” non si applica a questo Paese, sono luoghi comuni che vanno superati.


E oggi, tuttavia, le cose sono difficili per l’Europa, per l’Italia, per tutti. La crisi finanziaria non ha certo lasciato immune il nostro Paese – malgrado tutti gli sforzi del Presidente Monti per recuperare credibilità e autorevolezza al tavolo europeo – ma ha colpito anche la Confederazione.


Sergio Romano, grande amico della Svizzera, ha parlato di un “malessere profondo” del vostro Paese, collegato essenzialmente alla crisi di due caratteristiche essenziali dell’evoluzione del dopoguerra: la neutralità e il potere bancario.


La neutralità è diventata relativa piuttosto che assoluta (simbolo di questa rivoluzione è il fatto che la Svizzera sia entrata nelle Nazioni Unite nel 2002).


Il potere bancario è stato messo in discussione dalla crisi finanziaria.


In sintesi si è chiuso un ciclo per tutti, anche per la Svizzera.


Dopo avere sfruttato a lungo (giustamente) una sua rendita di posizione verso l’Europa più integrata ai suoi confini, la Svizzera deve ricollocarsi: gli accordi firmati con l’Europa (fra cui gli accordi relativi a Schengen) dimostrano la consapevolezza di questo. Anche sul piano bilaterale dobbiamo ricollocarci: abbiamo avuto due anni di rapporti non facili legati alla questione dei frontalieri e ai problemi fiscali, ma finalmente le cose si sono sbloccate con la creazione di un comitato di pilotaggio nel maggio scorso e soprattutto con un passo avanti segnato dal Presidente Monti e dalla Presidente Widmer-Schlumpf. In quell’incontro del 12 giugno sono state poste le premesse di un accordo fiscale che dal punto di vista dell’Italia deve includere lo scambio di informazioni e un trattato per evitare la doppia imposizione. Il punto di vista di Roma è che nella misura in cui quest’accordo rispetti gli standard OCSE (permettendo così di escludere la Svizzera dalla black list ) e rispetti le regole della direttiva europea sul risparmio, un accordo bilaterale sia finalmente possibile. Un accordo, ha detto il Presidente Monti, che va fatto bene.


Infine è per noi è un’ottima notizia che la Svizzera abbia aderito con grande entusiasmo a EXPO 2015: sarà certamente l’occasione di un’utile, importante collaborazione su un tema – feeding the planet – su cui entrambi abbiamo molto da dire e da fare.

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