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Tajani: «Il Piano Mattei è una priorità strategica. Inaccettabili atti terroristici in Nigeria» (Avvenire)

Tajani: «Il Piano Mattei è una priorità strategica. Inaccettabili atti terroristici in Nigeria» (Avvenire)
Tajani: «Il Piano Mattei è una priorità strategica. Inaccettabili atti terroristici in Nigeria» (Avvenire)

A fianco dell’Africa, continente prioritario e in profonda evoluzione. È la posizione del Governo italiano, confermata all’inizio del viaggio ad Addis Abeba della premier Giorgia Meloni per fare il punto su due anni di piano Mattei, dal ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani.

Ministro Tajani, come stanno cambiando i rapporti Italia-Africa, anche alla luce del “piano Mattei”? Quali obiettivi commerciali e di cooperazione sono stati raggiunti?

I rapporti con l’Africa rappresentano una priorità strategica importante per il governo italiano. Vogliamo fare di più e vogliamo farlo meglio, secondo un approccio paritario, non neocoloniale e basato sul mutuo interesse. Il Piano Mattei incarna una strategia fondata su questi principi: una cooperazione concreta e un dialogo politico costante. L’obiettivo è finanziare – grazie a una dotazione iniziale di 5.5 miliardi – progetti che rispondano a bisogni concreti, identificati insieme ai partner africani. Penso, ad esempio, alla partecipazione nella realizzazione del Corridoio di Lobito e agli innovativi progetti di trasformazione dei sistemi agricoli africani. E questa visione italiana sarà il motore del vertice Italia-Africa che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni porta ad Addis Abeba in questo fine settimana.

In Sudan si sono superati i mille giorni di guerra civile proprio per ingerenze estere. Come sta andando l’operazione di aiuti umanitari “Italy for Sudan” e come il nostro paese può impegnarsi per questa crisi gravissima?

Del conflitto in Sudan, che sta causando la più grave crisi umanitaria al mondo, si parla troppo poco. Tramite il programma di assistenza “Italy for Sudan”, l’Italia prova a fare la sua parte: il 25 dicembre è stato consegnato un primo carico di 25 tonnellate di aiuti umanitari, destinati a 2.500 studenti di scuole frequentate da figli di famiglie sfollate e gestite dalla parrocchia di Port Sudan. Sono già programmati nuovi invii di aiuti, tra cui un carico che raggiungerà il Sudan via nave entro Pasqua. Ma questo impegno concreto, ancora troppo piccolo rispetto alla ampiezza della catastrofe umanitaria, è accompagnato da uno sforzo politico e diplomatico che mira a ottenere un cessate il fuoco e una soluzione politica definitiva e inclusiva.

Nel più vasto paese africano, la Nigeria, continuano gli attacchi terroristici contro la popolazione e l’insicurezza è diffusa. Avvenire ha recentemente documentato le persecuzioni contro gli agricoltori cristiani da parte dei jihadisti e soprattutto una certa indifferenza da parte delle autorità. Cosa intende fare l’Italia per aiutare la Nigeria?

Gli attacchi sistematici contro la popolazione civile della Nigeria, e in particolare contro la comunità cristiana, sono inaccettabili. Il Governo a più riprese ha chiesto alle autorità nigeriane di garantire la sicurezza dei cristiani, che vivono quotidianamente il rischio di essere oggetto di attacchi e violenze.

All’azione bilaterale si affianca poi la nostra attività nelle sedi multilaterali: la libertà religiosa è un “pilastro di autentica riconciliazione”, come sottolinea Papa Leone. In Africa, difendere questo diritto significa prevenire radicalizzazioni, proteggendo così i civili e contribuendo alla stabilità di un Paese.

Il Corno d’Africa è sempre più instabile. In Somalia e in Etiopia, alle prese con forti tensioni interne, cosa farà l’Italia per favorire il dialogo?

La stabilità del Corno d’Africa è da sempre una priorità per l’Italia, anche perché si tratta di una regione strategica per l’intero continente. Il nostro impegno d’altronde è visibile: penso ai contributi alla missione di stabilizzazione dell’Unione Africana in Somalia. Alla fine della settimana poi si terrà ad Addis Abeba il secondo vertice Italia-Africa: non a caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarà in missione per confermare questo impegno e l’approccio paritario.

Cosa pensa del Sahel, dove L’Italia nonostante le tensioni e le posizioni antifrancesi delle giunte militari, è rimasta?

Rappresenta probabilmente il teatro più caldo del continente, almeno per quanto riguarda la dimensione securitaria. Anche in questi giorni vediamo i segnali di una evoluzione negativa molto pericolosa. È evidente che un aumento dell’instabilità della regione incida direttamente sulla sicurezza dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo, dunque dell’Italia e dell’Europa. La nostra linea politica è semplice: se cresce l’instabilità, aumentano i costi per tutti; se si rafforzano istituzioni e opportunità economiche, si riducono spazi per reti criminali e attori destabilizzanti. Per questo nel Sahel sosteniamo progetti che coniugano sicurezza e sviluppo: rafforzamento delle capacità, cooperazione allo sviluppo e sostegno al settore privato locale. L’ Italia è presente, come ho potuto constatare in prima persona nella missione in Mauritania, Senegal e Niger insieme al Ministro Piantedosi. Stiamo lavorando a un incontro con i ministri degli Esteri dell’area da tenere a Roma, per condividere le nostre valutazioni e capire come unire le forze contro una deriva jihadista che non può che preoccupare l’Africa e l’Europa. Faremo la nostra parte.

L’ex Alto commissario Unhcr Filippo Grandi ha dichiarato che l’Italia non ha tagliato i fondi peri rifugiati. Conferma questo impegno? E i corridoi umanitari sottoscritti dal Governo con la Cei si potranno ampliare?

Non solo non abbiamo ridotto i finanziamenti per sfollati e rifugiati, ma li abbiamo aumentati, incrementando il nostro contributo anche in favore di Unhcr, finanziando nel 2025 progetti per 55 milioni di euro in continuità con il 2024, quando erano stati stanziati 42 milioni. A fronte dell’incremento delle crisi complesse, quindi, l’impegno italiano continua, e non solo in Africa: pensiamo alle comunità siriane e palestinesi, all’Afghanistan, alla crisi venezuelana, alla minoranza Rohingya. Il sostegno alle numerose popolazioni vulnerabili, sfollate e rifugiate, costrette a migrare per sfuggire alle guerre è una assoluta priorità, mia e del governo, con l’obiettivo di favorire stabilità e resilienza delle comunità locali. Continuiamo inoltre a promuovere i canali migratori regolari, anche per contrastare i trafficanti di esseri umani. Serve realismo politico: l’immigrazione irregolare di massa non si ferma se non si interviene a monte, sulle cause profonde. Abbiamo creato un modello, quello dei corridoi umanitari, che ha permesso di portare in salvo gruppi vulnerabili. I corridoi sono ancor più fondamentali nell’attuale contesto e rimangono una priorità della nostra politica umanitaria e migratoria. Continueremo a sostenerli in collaborazione con la Cei e altre organizzazioni della società civile.

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