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Tajani: «Caracas mi ha avvertito prima del rilascio. Poi ho parlato con loro» (Corriere della Sera)

Tajani «Caracas mi ha avvertito prima del rilascio. Poi ho parlato con loro» (Corriere della Sera)
Tajani «Caracas mi ha avvertito prima del rilascio. Poi ho parlato con loro» (Corriere della Sera)

ROMA – Ci lavoravano da 423 giorni, da quando Alberto Trentini è stato arrestato in Venezuela: ancora non è chiaro con quali accuse, o comunque «ora non ci interessa quali eventualmente fossero le contestazioni, ci interessa che lui come altri cittadini italiani siano liberi, e che gli altri 42 italiani di doppio passaporto vengano rilasciati al più presto». Lo dice Antonio Tajani, ministro degli Esteri, raccontando come «sottotraccia» la nostra diplomazia non abbia mai lasciato nulla di intentato per far tornare a casa il cooperante di Venezia, sia attraverso i canali in loco che chiedendo mediazioni anche agli Usa: «Il segretario di Stato Marco Rubio è stato per me un interlocutore molto importante». Ma la «svolta» è arrivata solo dopo la cattura del presidente Maduro.

Come si è giunti dunque alla liberazione, che è sembrata difficile anche dopo il rilascio di altri italiani?

«Con la dichiarazione del presidente del Parlamento Rodríguez (fratello della nuova presidente, ndr) che sarebbero stati liberati prigionieri detenuti nelle loro carceri, gesto propedeutico a iniziare una nuova stagione».

A quel punto c’è stata l’accelerazione decisiva?

«I contatti si sono fatti sempre più intensi, e domenica verso le 20.15 ho ricevuto la telefonata del ministro degli Esteri venezuelano che mi ha comunicato che i due nostri concittadini sarebbero stati liberati. Ma fino a quando non sono arrivati in ambasciata, alle 3.50 del mattino di ieri, finché non ho parlato con loro sincerandomi che stessero bene, non abbiamo voluto far trapelare alcun segnale, perché la situazione è delicatissima in quel Paese».

A chi dire grazie? Agli Usa per aver tolto di mezzo Maduro, che per voi è stato un atto «legittimo»?

«Maduro oggi non è più capo del Venezuela, ed è un fatto. Grazie dobbiamo dirlo sicuramente a tutte le istituzioni che non solo in questi giorni ma in questi mesi si sono adoperate: Palazzo Chigi, la nostra ambasciata a Caracas, la Farnesina, le agenzie di intelligence. Tutti hanno tenuto rapporti, come si è fatto in passato per altri italiani, come con Cecilia Sala».

In «cambio» cosa avete concesso all’attuale governo venezuelano? «La prima decisione è stata quella di elevare a rango di “ambasciatore” l’attuale “incaricato d’affari” in Venezuela».

In pratica è il riconoscimento del governo, che l’Italia non aveva concesso quando era guidato da Maduro?

«Nella pratica sicuramente proviamo a riprendere rapporti migliori con un Paese che per noi è strategico. Perché un milione di venezuelani sono di origine italiana, perché 170 mila hanno passaporto italiano e il Venezuela è una priorità politica: abbiamo interessi geopolitici e anche industriali ed economici».

L’Eni per il petrolio?

«L’Eni ha partecipato con altre grandi major all’incontro con Trump per riprendere e implementare le attività energetiche nel Paese: per noi avere un accesso a risorse così imponenti è importantissimo, per abbassare i costi. È una grande opportunità, come lo è il Mercosur anche se il Venezuela non ne fa parte. L’America Latina è un’area del mondo strategica dove vogliamo essere protagonisti».

Ma questo significa che da oggi l’Italia sostiene il governo Rodríguez? E la leader dell’opposizione Machado?

«Un passo per volta. Sicuramente vogliamo avere un dialogo con la signora Rodriguez, ma un processo di normalizzazione ha delle fasi. La prima è quella della stabilità, perché non si assista a una guerra civile in Venezuela. Poi viene la crescita, e qui ci sarà appunto da lavorare sullo sviluppo di un Paese che ha problemi economici serissimi. Infine verrà il tempo della transizione».

Ovvero elezioni?

«Ripeto, come ha detto anche il Papa, come tutti gli organismi internazionali, dal G7 alla Ue, pensano, la prima cosa è assicurare al popolo venezuelano un passaggio il più possibile indolore. A quel punto si potrà pensare al momento democratico per eccellenza, le elezioni».

È soddisfatto di come le opposizioni hanno reagito?

«Noi lavoriamo per garantire sicurezza agli italiani, non per avere i complimenti. Comunque sì, ho parlato con Schlein, Conte riconosce il lavoro svolto: domani (oggi, ndr) riferirò in Parlamento su Venezuela e Crans Montana, i rapporti sono costanti».

Nel frattempo il mondo è diventato una polveriera: c’è anche la rivolta in Iran.

«La nostra posizione è di grande preoccupazione per ciò che accade, stiamo facendo pressione in ogni modo perché vengano rispettati i diritti umani, non si commini la pena di morte e si aderisca alla moratoria richiesta anche dall’Onu, è inaccettabile che si condannino tanti giovani che hanno come unica “colpa” quella di manifestare per la libertà. Ci auguriamo anche qui una soluzione pacifica tra le fazioni interne».

L’Italia sostiene Pahlavi?

«Noi crediamo che siano gli iraniani a dover decidere il proprio destino, in libertà e non tra violenze e morte. Se ci fosse una crisi umanitaria, come è stato a Gaza e in Sudan, saremmo pronti a dare ogni supporto».

Sull’Ucraina crede che i mal di pancia della Lega passino in Parlamento?

«Non vedo ostacoli: il decreto è stato approvato dal Consiglio dei ministri anche con i voti della Lega, è equilibrato, fornisce anche armi di difesa certo, ma tanti aiuti alla popolazione, a partire da generatori di energia per ovviare alla distruzione di infrastrutture essenziali. Non deve essere il “generale inverno” prima ancora dei russi a fiaccare quel popolo».

Oggi riferirà anche su Crans Montana. Come si pone l’Italia?

«Chiederemo alle autorità svizzere che siano individuati e puniti i responsabili, che si faccia piena luce su una tragedia enorme. E chiederemo di costituirci parte civile».

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