Ministro Antonio Tajani, l’impressione è che ancora una volta sarà sul terreno dell’economia che si deciderà il vincitore delle prossime elezioni politiche. La pensa così anche lei?
«Sì, anche io lo credo. Gli italiani, giustamente, chiedono più prosperità, e non una decrescita che non potrà mai essere “felice”».
Si tornerà ai seggi tra un anno, più o meno. Prima del voto, molti elettori si aspettano da questo governo qualcosa di tangibile. Il ceto medio è ancora in attesa di un intervento che gli dia più soldi in busta paga. Quali provvedimenti ritenete necessari?
«Intanto porteremo a 60.000 euro la soglia per la riduzione fiscale Irpef, a vantaggio della nostra classe media. Vogliamo abbassare le imposte che gravano sui giovani, per aumentare così, di fatto, il loro salario. Dobbiamo anche cominciare a detassare le tredicesime, partendo dai salari più bassi».
Forza Italia ha sempre avuto una strategia mirata per i piccoli imprenditori. Stavolta?
«Noi apprezziamo da sempre chi si mette in gioco, crea imprese e dà lavoro. Le imprese nascono piccole, poi devono avere il respiro per crescere e diventare attori economici sui mercati anche globali. Questo è il vero motore del benessere. L’export, che rappresenta oltre il 30 per cento del nostro Pil, continua a crescere nonostante le crisi internazionali e si avvicina ai 650 miliardi di euro. Il prossimo anno potremo raggiungere i 700 miliardi. Ma affinché le imprese possano mettere le ali c’è bisogno di capitali, di manodopera qualificata e, soprattutto, di uno Stato non ostile, che non abbia troppa burocrazia e troppe tasse».
«La ricchezza è distribuita in modo sempre più diseguale, lo Stato e la Ue devono intervenire» è lo slogan non solo della sinistra, ma anche di opinionisti della stampa moderata. È un problema che per Forza Italia esiste? Intervenire sui patrimoni può essere una soluzione?
«Noi siamo fermamente contrari alla patrimoniale. Colpirebbe beni su cui si è già pagata una tassa che, ricordiamolo, è progressiva e quindi aumenta al crescere del reddito. Ci sono già 13 diversi tipi di patrimoniale in Italia, dal bollo auto a quello sui conti correnti e sui prodotti finanziari. Per questo diciamo “no” anche a qualsiasi ipotesi di appesantire l’imposta di successione, che ci vede contrari già in linea di principio».
La pressione fiscale sul patrimonio immobiliare potrebbe aumentare anche attraverso un aggiornamento del catasto. Periodicamente c’è chi chiede di adeguare gli estimi. Accettereste un’operazione simile?
«La revisione del catasto non deve trasformarsi in un’altra patrimoniale occulta sulla casa degli italiani. Piuttosto, dobbiamo pensare a dare una casa a chi non ce l’ha, soprattutto ai giovani che sempre meno riescono a permettersela. In questa direzione va il Piano Casa del governo».
Resta il problema di dove prendere i soldi per finanziare interventi come la riduzione delle accise sui carburanti. Lei stesso ha detto che è molto costosa.
«Di certo non si possono mettere nuove tasse. Ogni volta che sento dire che bisogna fare la patrimoniale, tassare gli “extraprofitti” o rimodulare il catasto, mi sembra di impazzire perché è solo un modo per entrare ancora di più nelle tasche degli italiani. Nel 2025 la spesa pubblica italiana è stata di oltre 1.150 miliardi, pari al 52% del Pil. Una cifra enorme, che penso possa bastare se spesa meglio e resa più efficiente. Questa è una responsabilità di tutti, incluse le Regioni e i Comuni: non sprecare i soldi pubblici, che poi sono i soldi degli italiani».
Dove si può essere più efficienti?
«Ricordo quanto ha suggerito il presidente di Confindustria: rimodulando gli oltre 500 tipi di sostegno che diamo alle imprese si possono recuperare circa 20 miliardi di euro. Vogliamo ricordare il grande patrimonio demaniale italiano, poco utilizzato? Dobbiamo fare buon uso dei 14 miliardi di scostamento concordato con l’Ue per l’energia, ottenuto grazie al nostro buon lavoro di squadra, e dei restanti fondi del Pnrr e dei fondi regionali di coesione: sono tanti, ma non se ne parla mai».
La Lega è tornata a proporre l’aumento del prelievo fiscale sugli utili delle banche. Può essere una soluzione?
«Il nostro Paese ha bisogno di molte cose, ma non di far fuggire gli investitori con crociate para-sovietiche sugli extraprofitti. Le ricette fiscali rilanciate in Italia da tutta la sinistra si sono rivelate già fallimentari in tutti i Paesi che le hanno introdotte. O vogliamo forse dire al mercato che lo Stato può decidere una soglia oltre la quale un profitto raggiunto legalmente si trasforma in un abuso? Ci sono circostanze eccezionali che possono creare le condizioni per una contribuzione volontaria, ma tale deve restare».
Che farete, quindi, con le banche?
«Con loro vogliamo dialogare per creare le condizioni e gli incentivi per fare in modo che gli oltre 1.750 miliardi di euro di risparmio “parcheggiato” nei conti correnti siano investiti nell’economia. Se ogni italiano, con libera scelta, trovasse vantaggioso investire 10 euro ogni 100 che tiene depositati in banca, avremmo 175 miliardi di investimento in più, un Pnrr nuovo ogni anno. Penso soltanto al ruolo che potrebbero avere i fondi pensioni delle casse professionali: investire in Italia per far crescere l’Italia. Questa sarebbe la vera svolta per rilanciare l’economia del Paese. Il nostro risparmio è il nostro petrolio».
In pratica?
«Servono strumenti per convincere gli italiani a investire in progetti credibili e redditizi. Il project financing Stato-privati può essere un volano di crescita che crea ricchezza da usare poi in molti settori, dalla sanità alle pensioni minime, dalle infrastrutture e dai nuovi alloggi alla riduzione delle tasse sui salari. Penso in particolare a quelli dei neo-assunti, per evitare la fuga dei giovani all’estero».
È il motivo per cui i Giovani di Confindustria vi hanno chiesto di abbattere l’Irpef sui lavoratori under 35. Forza Italia cosa risponde?
«Che hanno ragione e che bisogna lavorare per questo obiettivo. Ci impegneremo anche per ridurre il carico fiscale sugli investimenti di capitali nelle giovani imprese e nei primi cinque anni di vita delle start up. La nostra battaglia per ridurre le tasse ha come obiettivo quello di liberare le potenzialità e far crescere l’intera economia italiana».
La strada per mettere più soldi nelle mani dei lavoratori può essere un aumento controllato del deficit pubblico?
«È vero che le tasse sul lavoro sono alte, e per questo abbiamo abbattuto il cuneo fiscale. Certamente possiamo utilizzare il deficit per misure di sostegno. Ma i salari crescono se l’economia è solida e le imprese sono in salute. Imprese deboli pagano salari poveri; imprese forti possono pagare salari ricchi. I salari delle aziende che esportano sono generalmente più alti della media. Per questo c’è bisogno anche di un’adeguata formazione, di investire in nuove tecnologie. Il salario giusto è il frutto di politiche pragmatiche, non di scorciatoie ideologiche come il salario minimo».