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Una strategia per il dopo-Charlie (Limes)

GLI ATTACCHI DI PARIGI CI COSTRINGONO

a ripensare il nostro approccio ai musulmani di casa come anche ai conflitti nel Grande Medio Oriente. Quattro voci e molte idee (diverse) per attrezzarci alle sfide che minacciano la sicurezza e la coesione delle società europee.

Cinque suggerimenti per evitare la trappola dello scontro di civiltà di Francisco DE BORJA LASHERAS e Mattia TOALDO

In seguito agli attentati di Parigi, i politici e i decision-makers sono sotto pressione per impedire nuovi attacchi jihadisti e rassicurare la popolazione. Le misure che saranno prese avranno serie implicazioni per le libertà e i diritti civili contemplate dal nostro sistema democratico. Un sistema, va riconosciuto, già significativamente eroso. Da una parte, un decennio e mezzo di guerra globale al terrorismo ha conosciuto frequenti violazioni del diritto interno e internazionale e risposte prevalentemente militari – solo ridimensionate dall’approccio più mirato di Barack Obama. Dall’altra, dall’11 settembre i paesi europei hanno approvato diverse politiche controverse come la detenzione e la sorveglianza di massa dei cittadini. Un ulteriore aspetto del problema della risposta alle vicende francesi è la pressione esercitata dalle crescenti ondate dei partiti eurofobi, islamofobi e anti-immigrazione. Se gli ultimi 14 anni ci insegnano qualcosa è che un simile approccio da parte dei leader europei non funzionerà. Non solo, si è rivelato controproducente per la sicurezza europea e per il suo ordine sociale. È tempo di ricavare qualche lezione da questo periodo. Per andare oltre e non proseguire in una spirale retrograda.

di Francisco DE BORJA LASHERAS e Mattia TOALDO, Mario GIRO,Germano DOTTORI e Rosario AITALA

 

L’importanza del discorso pubblico

La retorica scatenata dagli attacchi è di per sé, in gran parte, fonte di preoccupazione. Nonché rivelatrice di una conoscenza sorprendentemente limitata del mondo musulmano, del fenomeno dell’immigrazione e dei complessi cambiamenti delle società arabe sperimentati a partire dalle rivolte del 2011. Per nulla limitata a forze come il Front national in Francia o il movimento Pegida in Germania, questa retorica a volte si tinge di islamofobia. Così il problema viene ridotto a una radice confessionale: l’islam sarebbe una religione violenta e inerentemente incompatibile con qualunque forma di modernità. Di qui la minaccia alle società europee e occidentali. In una preoccupante attribuzione di responsabilità collettiva – più adatta ai tempi bui del passato dell’Europa e che gioca a favore del vittimismo dell’islamismo radicale – questa narrazione stigmatizza i musulmani europei, da Neukölln alla Bosnia o all’Albania, che aspirano all’Ue. Cittadini e popoli che hanno già sopportato il peso di alcuni aspetti delle politiche antiterroristiche.Ovviamente, a questa retorica conviene dimenticare la storia moderna dell’Europa. Attacchi crudeli come quello perpetrato contro i giornalisti di Charlie Hebdo erano per esempio all’ordine del giorno nei villaggi della Bosnia orientale degli anni Novanta, testimoni di orribili atrocità anche a sfondo religioso perpetrate dai cetnici cristiano-ortodossi (nazionalisti serbi), soprattutto contro le popolazioni musulmane bosniache. Vale la pena ricordare che è musulmana la maggioranza delle vittime deljihadismo nel «Grande Medio Oriente». Solo a titolo d’esempio, secondo alcune stime più di metà dei 61 giornalisti uccisi nel 2014 era musulmana 1, ma i media occidentali si sono concentrati soprattutto sulle decapitazioni dei loro colleghi americani o europei. L’82% delle violenze legate al terrorismo islamista si sono concentrate in cinque paesi a maggioranza musulmana: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria. Il 90% degli attentati si è verificato in Stati dove si registrano frequenti violazioni dei diritti umani. I principali fattori associati al terrorismo, secondo il Global Terrorism Index, sono le «violenze sostenute dallo Stato come uccisioni extragiudiziali, rivendicazioni di gruppo e alti tassi di criminalità» 2.Soprattutto, la dominante retorica della «guerra al terrorismo» o della «guerra di civiltà», piaga delle argomentazioni di molti politici europei (vedi il premier francese Manuel Valls e la sua dichiarazione di «guerra contro il jihadismo») e degli esperti spesso astrae del tutto dai vari fattori che alimentano il terrorismo islamico. Il discorso sulla guerra, in linea con quello scaturito dall’11 settembre, si accompagna spesso alle consuete categorie «noi contro loro» e alle proclamazioni della superiorità morale dell’Occidente. La guerra richiede inevitabilmente uno stato quasi permanente di eccezione e di misure straordinarie, con un ampio margine di discrezione riconosciuto ai governi. Si dimentica spesso che le dinamiche di potere interne al mondo arabo e musulmano hanno incoraggiato, soprattutto a partire dagli anni Settanta, le visioni più conservatrici o reazionarie dell’islam. Servite a loro volta a giustificare il ricorso alla violenza. Soprattutto nella galassia sunnita, i paesi protagonisti di questa ondata reazionaria sono stati e sono tuttora importanti alleati dell’Occidente. La crisi economico-finanziaria ha poi approfondito l’influenza di molti paesi del Golfo in diversi Stati europei, in termini di investimenti, acquisti di armi o di importanti aziende. Così riducendo significativamente l’indipendenza europea nel confrontarsi con le minacce del radicalismo islamista. Gli attacchi di Parigi e l’evidente fiammata del terrorismo islamista nel mondo meritano una risoluta e complessiva valutazione dei fattori scatenanti e di lungo periodo in grado di spiegare il fenomeno e indicare misure equilibrate per contenerlo. Un simile sforzo deve abbracciare gli affari domestici, la giustizia, le politiche interne dei paesi europei, il nostro stesso discorso politico e, da ultima, la politica estera. Questo riassetto non deve puntare solo ad arginare la minaccia e a prevenire nuovi attentati, né ad azzerare tutte le politiche esistenti. Serve piuttosto a innescare un esercizio di apprendimento delle lezioni emerse dall’applicazione di queste politiche in seguito all’11 settembre e agli attentati di Madrid, Londra o Parigi. A suggerire un simile sforzo è il profilo stesso di terroristi come i fratelli Kouachi e Coulibaly, simbolo del doppio fallimento delle politiche d’integrazione francesi e dell’intelligence. Molte di queste lezioni, specie nel campo delle politiche estere e di sicurezza europee, non sono altro che mappature. Ma proprio questo richiedono le complesse minacce alla sicurezza, non altre ricette prêt-à-porter.

Prima lezione: il vicinato, una priorità per la sicurezza

Sospinti da una nuova leadership e da una spirale di instabilità attorno ai nostri confini, gli europei hanno di recente iniziato una revisione della politica di vicinato dell’Ue. È più che mai valido l’obiettivo strategico dell’Unione di costruire un anello di società dove vigano lo Stato di diritto e una buona governance, come bastione contro l’instabilità. Gli Stati falliti e le guerre civili offrono asilo ai movimenti jihadisti e attirano i foreign fighters europei. Ecco perché una delle priorità deve ancora essere quella di ridurre gli spazi non governati dove le organizzazioni terroristiche prosperano e che circondano i paesi più prossimi all’Europa. Basta un rapido sguardo alla carta geografica: Libia, Sinai, Yemen, Gaza, Siria, parti dell’Ucraina. Persino i Balcani occidentali, incamminati verso un futuro nell’Ue, sono meno stabili di quanto non sembrasse qualche anno fa e crescono i dubbi riguardo alle connessioni balcaniche dei combattenti stranieri. Affrontare i nostri problemi di sicurezza impone dunque di guardare oltre i nostri confini. Trovare un modo efficace per stabilizzare questo spicchio di mondo è una chiave per arrivare alla pace e alla sicurezza. In Europa, non solo fuori dall’Europa. Ora, raggiungere questi obiettivi generali si è dimostrato uno sforzo improbo e irto di dilemmi. Ripensare il nostro approccio alle società non europee e ai loro processi intestini è fondamentale. Esportare il nostro modello politico e le nostre istituzioni non funziona. Si sta rivelando problematico in Bosnia e in Kosovo e lo sarà inevitabilmente in Marocco e in Libano. Per di più, l’influenza politica degli europei diminuisce mentre quella di altri attori aumenta. Per iniziare, è essenziale fissare priorità e, forse, livelli di ambizione diversi, nonostante la comprensibile aspirazione di intrattenere buone relazioni con tutti i vicini. La triste realtà è che gli europei non hanno priorità condivise nel vicinato allargato, che include il Sahel e il Golfo di Guinea. Se si pensa a possibili santuari del terrorismo, è forte l’incentivo perché l’Europa coinvolga il Sahel e la Libia in iniziative per la stabilizzazione e il contenimento di possibili contagi. In una prospettiva di lungo termine, vi è un simile incentivo strategico per sostenere il consolidamento della democrazia in Tunisia, le riforme in Ucraina e Moldova e una pace reale nei Balcani. I teatri s’influenzano a vicenda: un successo in Tunisia nel combinare sicurezza e Stato di diritto rappresenterà sia un esempio sia un argine per Tripoli, mentre la guerra civile libica potrebbe certamente intaccare la transizione nel paese dei gelsomini, rafforzando la branca locale dello Stato Islamico (Is) e catalizzare l’arrivo di terroristi, per non parlare della tragedia umanitaria dei rifugiati e dei migranti.

Seconda lezione: la geopolitica conta, ma anche la democrazia

 

Con l’aumento dell’instabilità dei vicini e della minaccia jihadista, gli europei stanno in parte rispolverando le alleanze con i regimi autoritari, dal vago sapore pre-2011. L’idea di ricorrere ai «Søsø per contenere l’Isis» in Siria o in Libia è radicata in molti decisori e diplomatici europei. I dilemmi della Realpolitik possono essere inevitabili in certi casi. Come quello del Marocco, solido Stato dalla democrazia imperfetta e dalla fedina penale macchiata sui diritti umani, partner della lotta contro il jihadismo di paesi come Spagna e Francia. Il bilanciamento non è mai perfetto. Idealmente, gli europei dovrebbero dotarsi di una diplomazia dinamica con i propri partner e spingere su entrambi i dossier. I compromessi devono essere costantemente rivalutati: quel che era accettabile prima del 2011 potrebbe (dovrebbe) non esserlo ora. Tuttavia, in altre occasioni, i compromessi tra sicurezza e democrazia sono chiaramente fallaci e alla lunga rappresentano un viatico per un aumento dell’instabilità e della violenza. La storia ha dimostrato che un governo inclusivo è migliore di una dittatura, che solitamente poggia su politiche divisive. In questo, l’ambiguità europea nei confronti di al-Søsø, della repressione della Fratellanza musulmana, delle uccisioni e delle generalizzate violazioni dei diritti umani potrebbe rivelarsi un esempio da manuale di scarsa lungimiranza e di fallimento morale. È legittimo chiedersi se ci sia più terrorismo islamista oggi in Egitto rispetto alla primavera del 2013. In generale, qualora diventassero la norma, le inconsistenze rafforzerebbero la narrazione jihadista e si ritorcerebbero contro gli europei in altre crisi. È dunque sbagliato lasciare che la politica estera sia guidata unicamente dagli imperativi geopolitici. Peggio, può addirittura minacciare la nostra sicurezza nel medio o lungo periodo. La democratizzazione e la responsabilizzazione hanno un impatto pure sulla nostra sicurezza, anche se conducono a scenari sgraditi, come l’islam moderato al potere in alcuni Stati confinanti. Le domande popolari non possono essere aggirate a lungo, nell’epoca di quello che Brzezinski chiama «risveglio politico globale». Come reagirà l’Europa a un aumento della repressione da parte di regimi dittatoriali e delle grandi potenze? Ecco perché l’obiettivo di una reale democrazia – che l’Ue si è dato dopo lo scoppio delle rivolte arabe – deve occupare un posto centrale nella nostra politica estera. Il problema continua a essere bilanciare gli standard universali con le circostanze locali. In certi casi, gli europei si dovranno forse preparare per modelli imperfetti e definire molto attentamente il loro sostegno. Sempre tenendo a mente che le trasformazioni delle società impiegano generazioni a consolidarsi, in mezzo a tensioni, lotte per il potere e pure veri e propri conflitti. Se l’Europa ambisce a essere un attore strategico deve pazientare, come accade per altri dossier, per esempio la campagna contro i cambiamenti climatici. Resta comunque la necessità di un potente incentivo strategico e morale perché l’Europa impedisca alla primavera araba di diventare un inverno arabo. E riveda il suo approccio a questi complessi processi. Alcuni degli strumenti costituiti dall’Ue, come i programmi della politica per il vicinato sulla società civile, s sono dimostrati secondari. Mentre una determinata diplomazia e il coinvolgimento politico sperimentati da alcuni funzionari europei di alto livello si sono rivelati una componente importante nel successo tunisino.

Terza lezione: il dilemma dell’intervento militare

 

La spinta a favore degli interventi militari a guida occidentale non si è attenuata nemmeno dopo l’Iraq e l’Afghanistan e con governi e opinioni pubbliche estremamente riluttanti a imbarcarsi in impegni illimitati in teatri complessi. Al contrario, nel generale collasso dell’ordine, della governance regionale e degli Stati dal Sahel al Medio Oriente, aumenteranno le spinte a intervenire in crisi che coinvolgono popolazioni musulmane. Ma continueranno anche i dilemmi dei governi europei e americani, senza che nessuno trovi un’inesistente regola generale affinché queste operazioni militari abbiano un impatto sulla lotta al jihadismo o quantomeno raggiungano l’obiettivo (arginare tragedie umanitarie o ridurre l’instabilità). Tuttavia, l’esperienza degli ultimi quindici anni serba alcune lezioni sull’opportunità e sulle modalità dell’intervento. Una di queste è che le operazioni militari occidentali non devono mai sostituirsi alla riconciliazione nazionale e a genuine strategie regionali condivise, per esempio tra Iran e Arabia Saudita,per combattere lo Stato Islamico (Is). Un’altra lezione è che evitare a tutti i costi qualunque forma di intervento per non rischiare un altro Iraq, come in Siria nel 2011 o nel 2013 dopo l’attacco chimico, può generare una situazione altrettanto intricata. Come iniziano a capire Obama e la coalizione internazionale contro l’Is. In generale, i governi occidentali dovrebbe maneggiare con cautela la retorica dell’intervento, se non vogliono restarne prigionieri. La Siria è un triste esempio di come gli attori regionali, lasciati quasi del tutto soli dagli europei, se non addirittura con la loro compiacenza, hanno deciso di combattere una guerra per procura invece di trovare quegli accordi che avrebbero impedito l’ascesa dell’Is. Non solo le potenze del Golfo e Teheran non sono riuscite a convergere contro il califfato, ma la spaccatura tra i sunniti ha generato una corsa ad armare gli elementi più radicali dell’opposizione siriana, emarginando l’ala più pacifica. Gli interventi chirurgici, come quello in Libia, possono anche portare risultati nel breve periodo (impedire un massacro a Bengasi), ma il successivo vuoto di potere può generare ancora più instabilità, Stati falliti e covi per i terroristi. La stessa Libia dimostra che gli interventi in paesi musulmani sono sempre insidiosi. Primo, perché sono spesso presentati come interventi occidentali, mentre paesi come il Qatar o gli Emirati svolgono ruoli cruciali. Secondo, perché in questi teatri nascono rivalità, come quella tra le due potenze arabe citate sopra. Terzo, perché queste rivalità possono sovrapporsi alle faglie interne, come nel caso libico in cui Qatar ed Emirati sostengono diverse fazioni del fronte anti-gheddafiano che ora alimenta la guerra civile. La Libia è inoltre un esempio di come l’intervento in sé non sia sbagliato,ma possa rivelarsi dannoso se manipolato dagli attori regionali e locali per avanzare i propri interessi, quasi mai pacifici. Inoltre, l’intervento militare dovrebbe andare di pari passo con una chiara strategia relativa agli esiti del conflitto, focalizzata sulla necessità di una condivisione del potere tra i vincitori e concertata con le potenze regionali. In altre parole, dovrebbe essere il più chirurgico possibile – intrapreso unicamente per raggiungere scopi minimi come per esempio l’eliminazione di determinate capacità in seguito a un massacro – e dovrebbe evitare la trappola del cambio di regime a tutti i costi. Più in generale, gli europei e gli americani hanno un disperato bisogno di colmare il divario di conoscenza che li separa dal Medio Oriente. C’è una forte necessità di condividere l’intelligence e di conoscere l’ambiente strategico, i possibili partner, i rivali e gli attori cooptabili. Mediare accordi di pace può portare a stringere alleanze occasionali anche con gruppi islamisti pacifici o democratici. In passato l’errore è stato di consentire agli alleati regionali dell’Occidente di finanziare gruppi islamisti non democratici né tantomeno pacifici. Niente di peggio di fare di tutti gli islamisti un fascio, mettendo insieme sia quelli che si battono per un islam politico attraverso le urne sia quelli che condannano questa strategia, come Anâår al-4arø‘a in Libia. La diplomazia europea dovrebbe ambire a intessere una rete di alleanze, seppur fragili, e far perno sulle organizzazioni multilaterali per inserire l’intervento nel più ampio contesto delle iniziative di pace e sicurezza. Svolgere attività di mediazione nel breve periodo deve essere sempre parte di una fine e credibile strategia di lungo termine. In questo senso, un’altra lezione è che gli accordi di pace devono tenere conto del margine di manovra concesso dalle circostanze locali e regionali, anche se portano a risultati non soddisfacenti per gli standard occidentali. Ma come Dayton e l’esperienza nei Balcani in generale insegna, gli europei possono anche imparare a non forzare accordi di pace che limitano le scelte dei paesi coinvolti. Infine, la débâcle della guerra in Iraq e lo sconvolgimento dell’ordine regionale che ne è seguito, senza contare le colossali perdite umane, hanno senza alcun dubbio contribuito in vari modi a radicalizzare migliaia e migliaia di musulmani nel mondo. E in Europa, dai quartieri multiculturali di Londra alle banlieues parigine, come nel caso di almeno uno degli attentatori di Parigi. Ma i jihadisti sfrutteranno sempre qualunque azione dei governi occidentali. Il rischio di altri attentati non svanirà. Una meticolosa politica dovrà quindi valutare attentamente i pro e i contro di un intervento nei paesi musulmani. Questo però non significa che gli europei dovranno starsene in disparte mentre le minoranze etniche e religiose e gli iracheni in generale vengono massacrati per mano dell’Is.

Quarta lezione: polizia e giustizia, non guerra

Dichiarare guerra al terrorismo è facile e piace ai media. Ma se si guarda alle opzioni concrete e realistiche, a funzionare qui in Europa è un’efficace combinazione di giustizia, polizia e politiche intelligenti. Alcuni strumenti hanno già dimostrato la loro validità in passato. Altri richiederebbero faticosi compromessi politici in comunità spazzate dall’antieuropeismo. In primo luogo, se il problema è la libertà di muoversi liberamente all’interno dell’Ue, dovremmo allora accelerare la creazione di un’effettivo ministero dell’Interno dell’Unione in cui la condivisione dell’intelligence e degli strumenti d’indagine sia rapida e automatica. Se oggi scambiarsi informazioni è un’opportunità, domani deve essere un obbligo. Piuttosto che riesumare i controlli alla frontiera dentro l’area di Schengen, i decisori europei potrebbero ricorrere a due strumenti parte di quel trattato: l’European Police Office (Europol) e lo Schengen Information System. Secondo quanto riferisce la stampa, a Hayat Boumedienne, complice degli attentatori di Parigi, è bastato andare in Spagna per evitare il sistema di sicurezza transalpino e volare in Turchia per dirigersi in Siria. Se le informazioni su di lei fossero state condivise automaticamente all’interno dei meccanismi esistenti, la sua fuga s arebbe stata molto più ardua. In secondo luogo, invece di annunciare nuove e speciali leggi antiterrorismo o sistemi di sorveglianza, sarebbe meglio incrementare le capacità investigative di modo che gli inquirenti non debbano ricorrere al triage cui sono stati costretti in Francia: smettere di controllare terroristi conosciuti e cresciuti in patria per concentrarsi sui combattenti stranieri. Peccato che i primi, non i secondi, siano i responsabili degli attacchi di Parigi. Un terzo punto importante è la lotta ai colletti bianchi dell’estremismo, a chi ricicla denaro, fornisce risorse finanziarie, appoggia in segreto i terroristi, acquista le armi. Perseguire queste figure e, dove possibile, negare loro l’accesso al territorio europeo e ai mercati finanziari modificherebbe i calcoli del jihadismo. Tendiamo a dimenticare che le moderne organizzazioni terroristiche spesso condividono molte delle caratteristiche della mafia. L’Italia dovrebbe avere una discreta expertise da condividere con i suoi partner. Lungi dall’essere esaustivi, questi tre aspetti sono importanti per l’approccio dell’Europa al suo vicinato: la reazione agli attacchi di Parigi si è focalizzata sulle libertà e sulla tolleranza proprio in un periodo in cui il continente sta diventando meno tollerante, più xenofobo e più ossessionato dallo straniero. Una deriva non solo ingiusta. Ma pure del tutto inefficace.

Quinta lezione: difendere gli standard internazionali ed europei

sui diritti umani

Un’altra cruciale lezione degli ultimi anni è che se stai dalla parte dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto devi essere coerente. Sia nei confronti dei tuoi alleati e dei tuoi partner nella lotta contro il terrorismo islamista sia nelle tue scelte politiche. Una scomoda verità di questi anni è che gli europei, dalla rendition della Cia alla tortura, hanno tollerato, agevolato e spesso attivamente contribuito a seri abusi dei diritti umani e altre violazioni del diritto internazionale, per non parlare delle legislazioni interne. Pratiche che hanno coinvolto in maggioranza i musulmani – molti dei quali cittadini europei rivelatisi innocenti – e, ugualmente irritante, per le quali i governanti sono stati chiamati a rispondere solo in parte: le rivelazioni sulle oscene torture guidate dalla Cia confermate dal rapporto Feinstein del Senato degli Stati Uniti non porteranno ad alcuna incriminazione. Di simile avviso le opinioni giuridiche in qualche paese europeo sul programma di rendition dell’agenzia di spionaggio americana: l’Audiencia Nacional spagnola, per esempio, ha di recente archiviato il procedimento. Tutto ciò ha seriamente intaccato, forse senza rimedio, la reputazione normativa dell’Occidente e dell’Europa. Il profondo impatto nel mondo musulmano della proliferazione di immagini di uomini incappucciati legati come fossero in croce, con scosse elettriche ai loro genitali, ci perseguiterà. Simili abusi soffiano sulle fiamme dell’estremismo, ingrossando le file delle reclute del jihåd. E hanno spesso fornito pochissime informazioni o prove da usare nella lotta al terrorismo. Anzi, queste pratiche si sono rivelate pateticamente inefficaci, come dimostra l’uccisione di bin Laden, permessa da informazioni ottenute per vie legali. Nella lotta alla minaccia del terrorismo, è necessaria un’uguale lotta all’impunità dei nostri abusi.

Conclusioni

La minaccia del terrorismo islamista è destinata a durare. In un’èra segnata da un’insicurezza globalizzata e da social media che veicolano odio, dobbiamo accettare certi livelli di pericolo. Non si può contenere questa minaccia con facili scelte politiche, nonostante ne esistano alcune che hanno dimostrato la loro efficacia senza necessariamente alterare il nostro stile di vita. La premura con cui alcuni governi europei stanno spingendo per nuove restrizioni, arrivando a ventilare pure nuovi Patriot Act, benché comprensibile dal punto di vista delle responsabilità pubbliche, dovrebbe essere fonte di preoccupazione. Troppo spesso i capricci di politici miopi hanno prevalso su altre opzioni più solide. Troppo spesso gli obiettivi politici hanno ignorato i fatti portati alla luce dall’intelligence. Troppo spesso la stessa intelligence ha violato diritti e libertà cruciali. E troppo spesso questi abusi sono stati insabbiati all’occorrenza. Oggi l’Europa è un po’ meno libera,meno tollerante e meno sicura. Almeno in questo, i terroristi hanno vinto. In termini di politica estera, questo flagello non fa altro che rafforzare l’incentivo ad approfondire il nostro coinvolgimento nelle sfide per la pace e la sicurezza dei nostri vicini, benché sopravvivano ardui dilemmi. Oggi più che mai serve una rapida e agile diplomazia degli statisti in grado di bilanciare la geopolitica con i princìpi, gli strumenti militari con la democrazia e la responsabilizzazione. In patria, rinforzare il nostro modello fondato su democrazia, diversità e libertà civili deve far parte della risposta al jihadismo. E le misure specifiche d’intelligence tese a sventare attentati e a contenere la radicalizzazione devono dimostrarsi perfettamente compatibili con i contrappesi democratici e giuridici. Queste sono politiche efficaci. Non elimineranno il terrorismo islamista, ma di certo non peggioreranno il problema, neutralizzandone alcuni fattori e contribuendo nel lungo periodo a ridurre la minaccia. Se non altro, l’esperienza successiva all’11 settembre mostra la necessità di dare un taglio alla narrazione di una guerra al terrorismo che ha contribuito all’insicurezza, all’instabilità regionale e all’estremismo. Continuare a parlare di scontri di civiltà non farà altro che avverarne la profezia. Immergendoci in scenari inizialmente impensabili.

(traduzione di Federico Petroni)

 

‘Il jihadismo si sconfigge nelle scuole e nelle periferie’

Conversazione con Mario GIRO, sottosegretario agli Esteri

a cura di Niccolò LOCATELLI

 

LIMES Prima l’ascesa dello Stato Islamico (Is), poi gli attentati a Parigi. In diverse forme, il terrorismo jihadista torna a colpire. Con quale obiettivo?

 

GIRO Il vero obiettivo è la leadership del mondo sunnita, per la quale c’è nell’islam una contesa che dura da tempo. È un conflitto che a volte attraversa fasi acute come quella attuale, favorite anche dalle nostre reazioni (leggi: guerre in Medio Oriente e crisi lasciate aperte). I terroristi vogliono farci reagire istericamente, portarci sul loro terreno per ottenere una vittoria simbolica: far prevalere la paura e costringerci a modificare la qualità della nostra democrazia. In tale ottica ricorrono a tutto l’armamentario del marketing politico e propagandistico, usando con destrezza anche i social media. Naturalmente non possiamo lasciare loro l’egemonia nel Medio Oriente né possiamo regalare tutto l’islam ai jihadisti considerandolo nemico della civiltà. Dobbiamo mantenere la lucidità, allearci con i musulmani che non vogliono la guerra, negoziare con i sunniti che si oppongono agli estremisti, sostenere il dialogo tra le religioni e favorire un «islam europeo» che condivida i nostri valori.

LIMES Cosa può fare l’Occidente per sconfiggere il jihadismo?

GIRO I governi occidentali, europei in primis, devono fare la loro parte. Ciò vuol dire rafforzare la sicurezza, accettando di cooperare maggiormente in ambiti (polizia e intelligence) che toccano nel vivo la sovranità nazionale di ogni paese. L’Unione Europea ha inoltre bisogno di una politica migratoria e d’asilo comune. Un aspetto poco considerato ma fondamentale è quello del controllo delle carceri, che assieme alle moschee irregolari sono uno dei luoghi preferiti dal proselitismo jihadista. La cultura ha un ruolo importante: bisogna difendere il valore della convivenza. Il contrasto al terrorismo non può che passare dalla scuola, l’istituzione più odiata dai terroristi e conseguentemente quella che più dobbiamo proteggere. Ci siano d’esempio il premio Nobel per la pace Malala e suo padre, che ha avuto sempre l’ambizione di fondare scuole anche nella valle dello Swat, quella parte di Pakistan e di mondo sunnita più conservatrice e retriva. In tutto ciò, è fondamentale mettere in chiaro che non stiamo dichiarando guerra all’islam. I jihadisti odiano le scuole, sono contro l’istruzione delle bambine.

LIMES Qualcuno ha ventilato l’ipotesi di sospendere gli accordi di Schengen.

GIRO Come ha dichiarato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, la sospensione degli accordi di Schengen sarebbe una resa al terrorismo e non una risposta alla vera sfida che questo ci pone. I responsabili degli ultimi atti terroristici, compresa la strage di Parigi, sono cittadini europei di seconda o terza generazione, non cittadini stranieri sbarcati da poco sul nostro continente. Il terrorista non rischia certo la morte su un barcone… La minaccia non è arrivata da fuori ma da dentro. Dobbiamo interrogarci su cosa ciò significhi, come ha detto il premier Matteo Renzi.

LIMES Avrebbe senso un intervento di terra contro lo Stato Islamico?

GIRO La guerra è uno strumento superato, oltre ad essere il terreno di scontro preferito da chi vuole la distruzione della collaborazione internazionale. Da sola non può funzionare: se una forma di intervento è necessaria, occorre darsi uno strumento nuovo. È un dilemma cui ancora non c’è risposta: quando intervenire, come, con quali mezzi? Ci vuole una politica. Tramite l’Onu, la comunità internazionale potrebbe ad esempio dotarsi di una forza di sicurezza e di polizia internazionale, anche con mezzi militari, che sia legittima e soprattutto efficace – caratteristica quest’ultima difficile da soddisfare, dato che ormai le guerre non le vince più nessuno. La generica «chiamata alle armi» di chi vuole lo scontro di civiltà è una riposta isterica che aumenta la patologia. Per convincere cuori e menti in Medio Oriente non bastano denaro e armi. In generale, se intervento deve essere, allora occorre fare presto, senza lasciar marcire le situazioni. Spesso la politica è troppo lenta. Per quanto riguarda lo Stato Islamico, occorre coinvolgere tutti gli attori esterni della crisi: è meglio che essi siano parte della soluzione piuttosto che del problema.

LIMES Il mondo musulmano è la prima vittima del terrorismo jihadista. Cosa possono fare l’opinione pubblica islamica e i governi dei paesi arabi per combatterlo?

 

GIRO L’islam deve compiere un percorso al suo interno, isolando i violenti, come auspicano del resto molti teologi e imam. Basti pensare alla lettera degli oltre 130 studiosi di diritto islamico sunnita indirizzata ad al-Baôdådø: un testo molto severo, che ha avuto poca rilevanza mediatica – forse anche perché, essendo scritto con linguaggio teologico, è di difficile lettura. Anche il recente discorso del presidente egiziano al-Søsø all’Università al-Azhar, che ha avuto maggiore eco in Occidente, è un passo nella giusta direzione. I governi arabi moderati con cui siamo alleati (Arabia Saudita, Turchia, monarchie del Golfo eccetera) devono rivedere la loro politica nei confronti dei gruppi fondamentalisti. Non potranno tenerli in questa maniera lontani dal loro territorio. È una strategia che non funziona, ormai è dimostrato: la globalizzazione abbatte le frontiere e anche il jihadismo è globale.

LIMES Da Jihadi John ai fratelli Kouachi, i terroristi del post-bin Laden sono cittadini comunitari.

GIRO Purtroppo i jihadisti nati e cresciuti in Occidente da tempo non rappresentano una novità; l’identikit degli attentatori della metropolitana di Parigi (1995) è simile a quello dei fratelli Kouachi, responsabili dell’assalto a Charlie Hebdo – che tra l’altro avevano conosciuto i primi in carcere: piccola delinquenza, carcere, islamizzazione, viaggio iniziatico e alla fine jihadismo. Come vediamo, erano tutti schedati. Anche gli attentatori della metropolitana di Londra del 2005 (55

morti) erano di nazionalità britannica.

LIMES Adesso però i jihadisti hanno anche il loro califfato…

GIRO Anche l’appeal terroristico dello Stato Islamico come centrale di indottrinamento e addestramento militare non è un fenomeno del tutto nuovo: basti pensare agli «afghani», ossia ai giovani di origine algerina delle banlieues parigine che negli anni Novanta, dopo aver combattuto contro l’Urss a Kabul, facevano ritorno in Europa o nella stessa Algeria. Più di recente, anche prima della proclamazione del califfato, l’Iraq del post-Saddam ha offerto ampie possibilità di addestramento ai terroristi. Lo stesso vale per la Siria da quando la rivolta contro al-Asad si è radicalizzata. Ma certo l’Is ha fatto ora un pericoloso salto di qualità verso il totalitarismo: nella narrazione che ha elaborato viene ritorto contro di noi l’armamentario post-ideologico e nichilista. Ciò attecchisce in giovani vuoti cui nessuno parla più.

LIMES Lo Stato Islamico è anche il frutto avvelenato delle cosiddette «primavere arabe», che finora sembrano aver avvantaggiato quasi unicamente jihadisti e dittatori. Con la parziale eccezione della Tunisia, che però continua a esportare jihadisti.

GIRO La «primavera araba» è stata una sorpresa per tutti, anche per al-Qå‘ida. Un mondo che sembrava geopoliticamente congelato si è dimostrato molto più vitale del previsto. È sbagliato generalizzare, anche perché queste rivolte dal basso hanno assunto caratteristiche distinte in ogni paese. In Tunisia per esempio si sta compiendo una complessa transizione verso la democrazia. L’alto numero di jihadisti tunisini partiti per andare a combattere con lo Stato Islamico è un segnale allarmante, ma nel pesare il dato va considerato che la Tunisia ha un’amministrazione  civile ben funzionante: le sue cifre sono più accurate di quelle degli altri Stati della regione. Altrove ci sono stati periodi di disordine o anarchia seguiti da ritorni all’indietro o da frammentazione. Non tutti gli Stati sono uguali: per esempio in Libia non ci sono minoranze rilevanti e le varie milizie si battono per la legittimità rivoluzionaria (oltre che per il potere), mentre in Siria solo il 60% della popolazione è sunnita. Rimangono da fare due considerazioni. Innanzitutto, il cambio di regime imposto dall’esterno non funziona. Il vero passaggio alla democrazia deve essere interno, anche se l’Occidente deve sostenerlo ed evitare le derive. Se fossimo intervenuti presto in Siria, all’inizio della rivolta, quando le proteste erano ancora pacifiche, probabilmente al-Asad avrebbe dovuto rendere conto della repressione che stava portando avanti e gli estremisti non avrebbero avuto lo spazio che hanno oggi.

LIMES A proposito di regime change: rovesciato Gheddafi, la Libia sta diventando un buco nero.

GIRO La Libia è la nostra principale preoccupazione, come ha ricordato il ministro Gentiloni. Non è tanto questione di petrolio quanto di vicinanza geografica, quindi geopolitica. Avremmo dovuto costringere le parti a parlarsi da subito. Adesso dobbiamo essere realisti: se non abbiamo la soluzione magica alla crisi, possiamo almeno provare a gestirla. Da una tregua ci si può muovere a piccoli passi verso un negoziato, sapendo che neanche quest’ultimo è di per sé indice di successo. L’Italia non è comunque disponibile a nessuna ipotesi di frammentazione della Libia: vogliamo un paese unitario e chiediamo presto un negoziato tra le parti.

LIMES Torniamo in Europa: come ha potuto attecchire il jihadismo nel Vecchio Continente?

 

GIRO C’è un fattore endogeno, europeo ma anche globale, di cui dobbiamo tener conto: le giovani generazioni delle periferie delle grandi città ricevono profferte di identità perversa e violenta. È un fenomeno che si verifica ad ogni latitudine. In America Latina come affiliazione ai narcotrafficanti e alle maras (gang giovanili di strada e il culto di Santa Muerte a necessario corollario); in Europa il giovane di ascendenze arabe delle banlieues parigine può trovare nella propaganda dello Stato Islamico o di al-Qå‘ida una risposta alla sua marginalità, vera o presunta. Organizzazioni come quella di al-Baôdådø sono collegate nominalmente a religioni e culture, ma in realtà sono nuovi prodotti religiosi creati di sana pianta nel grande supermercato delle identità che è diventata la globalizzazione. Dobbiamo quindi prestare maggiore attenzione alle periferie urbane e umane, come dice papa Francesco. C’è una generazione marginale che si sente «scarto» e accetta di sottomettersi ad appartenenze malvagie. Non possiamo concentrarci solo sulle cosiddette «città utili», sul centro direzionale delle metropoli: altrimenti l’assenza dello Stato (a cominciare dalla polizia per finire con tutti gli altri servizi pubblici)verrà presto colmata da organizzazioni criminali o terroriste. L’esempio delle periferie delle nostre città italiane, abbandonate all’identità perversa offerta dalle mafie, è lì a ricordarcelo. Ovunque c’è una ricerca di senso che si rivolge al male.

LIMES Dopo la strage di Parigi, che ruolo possono avere nella lotta al jihadismo le comunità islamiche d’Europa e nello specifico d’Italia?

GIRO Le comunità islamiche devono sentirsi parte della comunità nazionale per espellere tutti gli elementi ambigui, evitando isolamenti, vittimismi e la sindrome che – rifacendoci alla storia d’Italia – potremmo chiamare «dei compagni che sbagliano». Vanno prese le distanze chiaramente dai terroristi e nel contempo il resto della nostra società deve tendere una mano. Come è necessario che nel cuore dell’islam arabo avvenga la revisione che auspica al-Søsø, così abbiamo bisogno di una scuola islamica europea che abbia voce nella comunità islamica globale. Ho partecipato anch’io alla grande manifestazione dell’11 gennaio a Parigi e vi ho visto uno spirito unitario e una coscienza matura da parte delle comunità islamiche francesi: spirito che va assimilato anche in Italia. Le comunità islamiche d’Europa possono sviluppare una loro identità di convivenza nel quadro della democrazia. È quello che i francesi chiamano «esprit républicain». Noi dobbiamo aiutarle, non stigmatizzarle e regalarle al fanatismo. Sarebbe una follia.

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