«La storia delle tasse sugli extraprofitti è una storia di fallimenti: distorcono gli investimenti e rischiano di accelerare la deindustrializzazione dell’Europa». II ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, spiega perché boccia senz’appello la tassazione degli extra profitti citando il giudizio netto di Daniel Yergin, tra i massimi esperti mondiali di energia, premio Pulitzer con The Prize, opera di riferimento sulla storia e il potere del petrolio.
Eppure, le compagnie petrolifere fanno profitti ingenti e da più parti si chiede che contribuiscano contro il caro-carburanti.
«Sono convinto che, come banche e assicurazioni, anche le aziende petrolifere debbano dare un contributo nei momenti di difficoltà. Ma il metodo del governo è quello giusto: il dialogo e l’accordo con le compagnie hanno permesso di coprire le spese fino al 5 settembre. Un’intesa è cosa ben diversa da una tassa sugli extraprofitti».
Perché esclude quella strada?
«Il concetto di extraprofitto non esiste. Chi lo decide? Un burocrate della Commissione europea, uno del ministero? Esiste il profitto e sui profitti si pagano le tasse. Ma non possiamo fare annunci roboanti o minacce che spaventano i mercati e danneggiano le aziende italiane. Non dobbiamo colpirle, a cominciare dall’Eni: sarebbe un errore gravissimo, finirebbe col ripercuotersi su utenti e i cittadini».
La proposta è sostenuta da Elly Schlein. Ma anche la Lega è di fatto su questa linea.
«È un errore, si spaventano i mercati e si perde competitività. Le proposte di accanimento della sinistra mi sembrano più ispirate all’odio di classe e alla guerra sociale che a un’operazione economica. Noi liberali non possiamo pensare che ogni problema si risolva con una tassa, seguendo il modello socialista di Sánchez. E proprio la nostra saggia politica economica ha portato al riconoscimento del Financial Times dell’Italia fiore all’occhiello dell’economia europea. E il FT veniva sbandierato dalla sinistra contro di noi».
Forza Italia, invece, indica come precedente l’accordo con banche e assicurazioni.
«Nel triennio 2026-2028 dalle banche arriveranno alle casse pubbliche10,2 miliardi in più; altri due miliardi dal sistema assicurativo. Nei primi sei mesi del 2026 le banche hanno già versato 1,2 miliardi di tasse in più rispetto allo stesso periodo del 2025. II confronto ottiene più della tassazione degli extraprofitti. È vincente la politica del dialogo, è perdente quella dello Stato vessatorio: lo Stato non può essere lo sceriffo di Nottingham».
Ma, dopo la proroga, quale intervento strutturale immagina il governo sull’energia?
«Misure mirate per chi ha i redditi più bassi, il ceto medio e le imprese, dai trasporti alle partite Iva. Dobbiamo lavorare anche ad accordi europei. Non possiamo colpire e criminalizzare le imprese che devono investire nelle raffinerie, aggravando i danni che già subiamo per Hormuz».
Ci sono poi 114 miliardi di flessibilità per l’energia. Come possono essere utilizzati?
«Stiamo lavorando su progetti che, senza tagliare le accise, riducano il peso su famiglie e imprese».
II Safe è un capitolo distinto. Avete chiesto quasi 9 miliardi, meno del 14 inizialmente ipotizzati. Perché?
«La nostra linea, quella di utilizzare il Safe, è passata. Abbiamo chiesto quasi 9 miliardi perché dobbiamo intervenire di più, vista la crisi, anche sul sociale e sulla sanità. È tutto collegato a una politica estera di pace. Al Meeting di Rimini il vicario apostolico di Beirut, monsignor César Essayan, ha ringraziato i militari italiani portatori di pace in Libano: senza soldi perla sicurezza non si possono fare missioni di pace».
Ma quelle risorse, come si obietta, finiranno in armamenti Usa?
«Abbiamo deciso di sostenere l’industria italiana. Non abbiamo aderito alla scelta di comprare strumenti militari dagli Stati Uniti, ma deciso di prediligere le nostre industrie. La credibilità di un Paese porta investimenti e favorisce la crescita economica. Servono stabilità e serietà».
Difesa e sicurezza richiamano anche l’escalation di queste giornate e ore: le minacce russe possono portare a un coinvolgimento della Nato?
«No. La Russia si muove sul terreno della guerra cibernetica, di altre iniziative e delle fake news, ma non credo ad azioni militari convenzionali. Mosca sa bene di essere molto meno forte dell’Occidente».
La visita del capo della Cia a Mosca può essere servita a ridurre la tensione?
«Sono messaggi che fanno capire a Mosca che non conviene innalzare il tono dello scontro. È positivo che anche la Chiesa si muova: tutto ciò che punta a costruire la pace è positivo. Le guerre fanno aumentare il costo dell’energia e dei fertilizzanti. Ci auguriamo che si possa riaprire quanto prima lo Stretto di Hormuz».
Tornando alla politica economica, in vista della manovra il cavallo di battaglia di Forza Italia resta il taglio delle tasse al ceto medio?
«Assolutamente. Vogliamo estendere l’aliquota Irpef del 33 per cento fino a 60mila euro; ridurre le tasse sulle tredicesime, fino alla tassazione zero per le più basse; introdurre una flat tax premiale per chi produce di più. Favorire le start-up e detassare chi assume giovani. Alcune misure si possono fare subito, altre in una prossima manovra».
Con quali altre proposte?
«Detrarre le spese sanitarie nell’anno in cui vengono sostenute, non in quello successivo. Lavoriamo anche alla riduzione o eliminazione del bollo auto e moto. Ridurre le tasse può aumentare i consumi, la produzione e le entrate dello Stato. È la visione liberale dell’economia».