ROMA I tre teatri di conflitto che stanno cambiando volto al mondo sono ancora tutti aperti: Ucraina, Medio Oriente, Iran. L’Italia è impegnata fin dal primo giorno: accanto all’Ucraina con sanzioni alla Russia e aiuti economici; in Medio Oriente con l’offerta di disponibilità a inviare proprie forze oltre a quelle dei contingenti Unifil (frequenti i contatti con il Libano e netta la «condanna di Israele se attacca civili a Beirut o colpisce la popolazione che nulla c’entra con Hezbollah»); in Iran offrendo navi per un’opera di sminamento nello Stretto di Hormuz. Eppure, l’Italia non sembra sempre essere considerata un soggetto centrale della politica internazionale.
Antonio Tajani lo nega: «Siamo protagonisti». Ma manda anche messaggi chiari: «Non credo convenga a nessuno tenere il nostro Paese fuori dal gruppo di testa di chi condurrà le trattative, che sarà comunque indicato dall’Europa». Il ministro degli Esteri si rivolge anche all’Europa perché dia seguito alla richiesta di Giorgia Meloni di allentare i vincoli del patto di Stabilità non solo per la difesa ma anche per affrontare l’emergenza energetica. Dopo le aperture mostrate da Bruxelles si dice «molto ottimista»: «L’Europa ci ascolta». E all’opposizione che rilancia la patrimoniale replica: «Sarebbe un esproprio su beni su cui già si pagano le tasse».
Per l’Ucraina, Zelensky ha indicato Germania, Francia e Regno Unito come negoziatori ideali in future trattative di pace, con l’aggiunta di paesi nordici o della Turchia. Non ha citato l’Italia. Cosa succede?
«C’è un lavoro politico ancora in corso, Zelensky ha fatto esempi, e poi non saranno le parti in causa a decidere da sole i negoziatori. Fra l’altro noi europei siamo schierati con le sanzioni alla Russia e gli aiuti all’Ucraina, dobbiamo essere necessariamente parte del negoziato, ma la mediazione può essere qualcosa di diverso. In ogni caso l’Europa, che dovrà avere un ruolo al tavolo, sceglierà essa stessa chi dovrà negoziare».
Non lo sceglie Zelensky insomma.
«Neanche Putin, lo decideremo al nostro interno. Noi abbiamo sempre aiutato l’Ucraina e continuiamo a farlo. Ricordo comunque che l’Europa ha già un suo formato inclusivo e operativo, il gruppo E5 con Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Polonia e con la Commissione e il Consiglio Ue. E faccio notare come Italia e Polonia siano membri di gran peso nella Ue e come anche la Commissione avrà voce in capitolo per un possibile prossimo ingresso dell’Ucraina. Tutti fattori da considerare…».
Voi però non sembrate così favorevoli all’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
«Siamo favorevoli, purché naturalmente siano rispettate le regole. Ci siamo anche offerti di inviare esperti della nostra Guardia di finanza a Kiev per strutturare al meglio la loro lotta alla corruzione, uno dei requisiti necessari per entrare nella Ue, e non abbiamo nulla in contrario a un allargamento nel rispetto di tutti i parametri. Ma chiediamo che prima la Ue si apra a paesi pronti, che aspettano da tempo e strategici per noi, primi fra tutti quelli dei Balcani occidentali, l’Albania e il Montenegro».
L’Ucraina è forte sia in campo agricolo che militarmente, tanto che il suo collega Crosetto ha ipotizzato una sorta di «consiglio di difesa europeo» allargato a Kiev.
«Sulla forza economica non dobbiamo avere paura: l’allargamento ha benefici per tutti se si ha coraggio di guardare avanti, ma naturalmente chi entra deve adeguarsi alle nostre regole. Dell’esercito parleremo, sono sicuramente idee interessanti».
Crede che l’Europa accetti la nostra richiesta di flessibilità per le spese energetiche?
«La richiesta è sacrosanta e io non credo che la Ue non darà risposte positive. Sono fiducioso. Si parla della possibilità di scostamento per il periodo in cui la crisi energetica morderà, finché non si tornerà alla normalità a Hormuz. Così come pensiamo ai cittadini permettendo spesa fuori bilancio per la sicurezza, dobbiamo farlo per aiutare loro e le imprese a combattere il carovita attuale. Il commissario Raffaele Fitto ha parlato dell’utilizzo dei fondi di coesione, immagino che dalla Ue potranno arrivare anche altre proposte».
E se così non fosse? Come andrete avanti?
«Con meno, non nuove tasse. Si deve aumentare il potere di acquisto, la produttività, l’export che già sta andando molto bene. Si deve continuare a detassare come già abbiamo fatto. Per la prossima legge di Bilancio si può pensare ad ampliare ai redditi fino a 60 mila euro la riduzione dello scaglione dal 35% al 33%, e detassare le tredicesime a partire dal 100% per le più basse. Così come si può fin dall’anno in corso permettere di scalare dalle tasse le spese sanitarie».
Ma con quali soldi?
«Gli strumenti ci sono. Ci sono 1.750 miliardi di risparmio privato in Italia, dobbiamo convincere gli italiani a investire a casa loro, a cominciare dai fondi pensioni che sono gestiti dalle casse previdenziali. I fondi privati possono essere valorizzati per cofinanziare molti investimenti a partire dalle infrastrutture e dal finanziamento delle imprese giovanili e delle start up, per le quali si può pensare a una detassazione per i primi due anni».
Ma perché sarebbe così scandaloso far pagare di più i ricchissimi, con patrimoniali o tassa di successione?
«Perché è un principio sbagliato e andrebbe a colpire anche il ceto medio. Noi difendiamo i più deboli. Respingo l’idea che ci occupiamo dei ricchi: la casa è il bene centrale nella vita di tutte le famiglie. E su questi beni già si pagano le tasse; farle pagare due volte sarebbe un esproprio. E poi chi decide la soglia dei ricchissimi, dei ricchi medi, dei ricchi-a-metà? Una volta violato il principio, tutto è lecito».