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Tajani «Al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario. Unione europea da riformare. Favorire la de-escalation in Medio Oriente» (Gazzetta Di Parma)

Dalla crisi di Gaza alla guerra in Ucraina, dalle imminenti elezioni europee alle prossime presidenziali americane, passando per il G7 a guida italiana in programma per metà giugno in Puglia: il ministro degli Esteri Antonio Tajani analizza la situazione internazionale parlando della posizione italiana sui principali dossier attualmente aperti.
Signora ministro, fra meno di un mese l’Italia ospiterà il vertice del G7, di cui il nostro Paese ha quest’anno la presidenza. Un appuntamento che arriva in una fase quanto mai delicata e complessa dello scenario internazionale, con due guerre in corso ed equilibri geopolitici globali sempre più instabili e in evoluzione. Cosa dobbiamo aspettarci da questo summit? E quale contribuito porterà l’Italia?
«Il G7 è la cabina di regia delle liberaldemocrazie. Il prossimo Summit G7 dei capi di governo in Puglia partirà anche dal lavoro che abbiamo svolto a Capri in aprile coi miei colleghi Ministri degli Esteri. La Presidenza italiana sta dedicando la massima attenzione alle gravi crisi internazionali in corso, lavorando per favorire la de-escalation in Medio Oriente e per sostenere Kiev. Il Governo ha posto al centro dell’agenda internazionale il Mediterraneo e l’Africa, dove vogliamo costruire partenariati paritari, nello spirito del Piano Mattei. Si tratta di aree prioritarie per l’Italia. L’area dell’Indo-Pacifico è pure una regione chiave per gli equilibri mondiali e continuerà quindi a trovare ampio spazio nelle discussioni».
La guerra in Ucraina sembra sempre più lontana da una soluzione e sempre più vicina a incancrenirsi in un lungo conflitto di posizione, anche se il timore di uno sfondamento russo è sempre dietro l’angolo, come abbiamo visto anche di recente. Gli sforzi dell’Occidente – e anche dell’Italia – sono sufficienti oppure occorre un salto di qualità nell’appoggio a questo Paese sotto attacco da oltre due anni? Una lettera aperta di un gruppo di intellettuali e altre personalità internazionali sostiene che è il momento che l’Ue convochi le due parti e avvii una discussione su un possibile ordine di pace. È davvero fattibile?

«Sarò sincero: per ora non vediamo nessuna reale intenzione del governo di Mosca di rinunciare, o anche solo rallentare, la loro aggressione mortale all’Ucraina. E senza veri segnali di pace da Mosca tutto è praticamente impossibile. Il sostegno italiano all’Ucraina deve continuare, e rimane al centro della nostra Presidenza G7. Kiev ha bisogno del nostro pieno e compatto sostegno dinanzi alla forte pressione di Mosca sul terreno. L’Ucraina ha il diritto di combattere per la propria libertà e indipendenza di fronte a un’invasione brutale, contraria al diritto internazionale. Questa è la premessa per parlare di una pace giusta. E questa è la posizione su cui si è costruita la forte unità dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Noi siamo pronti a contribuire alla Conferenza di alto livello sulla pace che si terrà in Svizzera il mese prossimo, concentrandoci su specifici temi e le iniziative umanitarie. Saremo al fianco dell’Ucraina finché necessario».

La procura della Corte penale internazionale dell’Ala ha chiesto l’arresto sia dei leader palestinesi di Hamas, sia del primo ministro Israeliano Netanyahu e del suo ministro della difesa Gallant. C’è chi critica il fatto di aver messo sullo stesso piano aggrediti e aggressori, ma c’è anche chi ricorda che il compito del procuratore è quello di perseguire chi è ritenuto responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità, a prescindere da ogni altra considerazione. Qual è la posizione del nostro governo?
«Rispettiamo e sosteniamo l’indipendenza della Corte Penale Internazionale, ma non siamo d’accordo con la scelta del procuratore. È inaccettabile equiparare nei fatti un governo democraticamente eletto come quello israeliano con una organizzazione terroristica quale Hamas. È inoltre legittimo domandarsi se questa iniziativa sia appropriata nelle tempistiche, data la necessità in questa fase di promuovere un cessate il fuoco. Questo tipo di scelte rischiano solo di screditare la Corte stessa. Noi siamo per un cessate il fuoco a Gaza che consenta di fornire aiuti umanitari alla popolazione civile».
Spagna, Irlanda e Norvegia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, perché – dicono – «non può esserci pace senza uno Stato palestinese». Un gesto poco più che simbolico: un passo nella direzione giusta oppure una fuga in avanti controproducente?
«Non si può procedere per strappi. Noi crediamo che sia necessario lavorare alla soluzione “due popoli, due Stati” nella cornice di un più ampio processo politico che porti alla pace. È essenziale raggiungere questo obiettivo assicurando che si affronti sia l’emergenza umanitaria vissuta dal popolo palestinese e le sue legittime aspirazioni ad avere un proprio Stato, sia le altrettanto legittime esigenze di sicurezza di Israele. La creazione di uno Stato palestinese deve essere parte integrante di tale percorso. È per questo che domani (oggi per chi legge, ndr) incontrerò a Roma il Primo ministro e ministro degli Esteri palestinese della Anp».
Cosa comporta sullo scenario internazionale la morte del presidente iraniano Raisi? Ed è stata opportuna la solidarietà che il nostro Paese ha formalmente manifestato «al popolo iraniano»? Una dissidente iraniana in esilio ha criticato il fatto che la nostra democrazia abbia espresso il proprio cordoglio «per la morte di qualcuno che è in cima alla lista delle persone più odiate dal popolo dell’Iran».
«Le reazioni delle autorità iraniane lasciano pensare che non ci sia stato alcun intervento esterno nell’incidente che ha causato la morte di Raisi. Ci auguriamo che la nuova dirigenza a Teheran si impegni per la stabilità dell’area e per il dialogo con i principali attori della regione in favore della pace. Abbiamo presentato le nostre condoglianze all’Iran tenendo conto del modo drammatico in cui è avvenuto l’incidente. Il nostro cordoglio è indipendente dal giudizio politico sull’operato politico di Raisi. Per il resto, la nostra posizione resta la stessa: condanniamo le violazioni dei diritti umani, il ricorso alla pena di morte e i limiti imposti alla libertà delle donne in Iran».
Si avvicinano le elezioni presidenziali americane ed è tutt’altro che improbabile che Trump torni alla Casa Bianca. Quali conseguenze dovremmo aspettarci da una sua rielezione? E la Nato ne risulterebbe indebolita?
«La specialità del rapporto tra Italia e Stati Uniti si è sempre confermata nel tempo, anche in occasione di avvicendamenti ai vertici dei nostri Paesi. Il nostro è un saldo legame di amicizia plasmato dalla storia, dalla comune appartenenza all’Alleanza Atlantica, dalla piena condivisione di valori e principi ed è un rapporto di stretta alleanza per la promozione della pace, della sicurezza e della prosperità globali. Siamo e rimarremo un Paese amico e alleato di Washington a prescindere da chi sia il Presidente. Ciò che conta per l’Italia è la salvaguardia di questa alleanza strategica e la forza e la coesione del rapporto transatlantico, stelle polari della nostra politica estera».
Molto prima degli americani saremo noi europei ad andare alle urne fra un paio di settimane. Al di là delle posizioni dei vari schieramenti in campo, che Unione europea dobbiamo sperare per il futuro del nostro continente? Non è tempo di perseguire una più ampia e reale integrazione e andare nella direzione di una politica estera comune e di una difesa comune? Oppure gli interessi nazionali continueranno a prevalere come spesso è successo finora?
«L’Unione europea va riformata, in particolare per ciò che riguarda i processi decisionali. La regola dell’unanimità, ad esempio, rischia di paralizzare l’azione dell’Unione, soprattutto con riferimento alla politica estera. È per questo che sosteniamo l’introduzione del voto a maggioranza. Crediamo inoltre che avremo una politica estera comune forte solo quando faremo decisi passi in avanti rispetto alla difesa comune europea. Si tratta di un passaggio fondamentale per tutelare i nostri interessi. La missione Aspides nel Mar Rosso, fortemente voluta dal Governo, è un passo nella giusta direzione».
  • Autore: Francesco Bandini
  • Testata: Gazzetta Di Parma

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