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«Le fughe in avanti di Macron possono dividere l’Europa» (La Verità)

«Vogliamo la pace, non la terza guerra mondiale. Impossibile mandare truppe in Ucraina, vorrebbe dire incendiare il mondo. Ma se a Gaza arriveranno forze Onu, i soldati italiani sono pronti a partire». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani prende le distanze dalle fughe in avanti francesi su Kiev: «Cosi non si fa il bene dell’Europa unita. Rischiamo di apparire divisi agli occhi di Putin». E punta il dito contro i tumulti pro Palestina in corso in alcune università italiane: «È in atto una caccia all’ebreo. Fenomeno inquietante».

Ministro Tajani, il presidente francese Macron si dichiara pronto a schierare truppe in Ucraina: per noi non è non è mai stata un’ipotesi sul tavolo?

«È così. Noi non siamo in guerra con la Russia. Stiamo difendendo l’Ucraina, che è cosa completamente diversa».

Cosa significherebbe un impegno militare diretto in Ucraina?

«Vorrebbe dire accendere una miccia, innescare un’incredibile escalation. Noi lavoriamo per la pace, non certo per la terza guerra mondiale. Abbiamo sempre detto che avremmo aiutato Kiev politicamente, economicamente, e con l’invio di mezzi per consentire agli ucraini di difendersi, dopo una chiara violazione del diritto internazionale. E se l’Ucraina perde la guerra, non pub esserci alcun tavolo di pace».

Per arrivare alla pace occorre un compromesso tra i due belligeranti?

«La Russia deve ritirare le sue truppe. Proprio perché c’è un equilibrio tra le forze in campo, dobbiamo far prevalere la diplomazia. Occorre sedersi intorno a un tavolo, discutere e trovare un accordo».

Perché il presidente Macron sta alzando il tiro sulla guerra in Ucraina?

«Forse per marcare le differenze con Marine Le Pen».

Cioè per ragioni elettorali?

«Probabilmente per motivi interni. Penso che, in un momento di grande difficoltà come quello che stiamo vivendo, bisogna sempre essere prudenti e mantenere i nervi saldi».

Il nuovo «triangolo di Weimar» Francia-Germania-Polonia è una sfida all’unità europea?

«Non mi piacciono le fughe in avanti e le accelerazioni che non fanno il bene dell’Europa. Rischiamo di apparire divisi di fronte a Putin, mentre la nostra forza è sempre stata l’unità. L’Italia ha sempre cercato di coinvolgere le istituzioni europee: non a caso il premier Meloni è volato in Egitto al fianco del presidente Von der Leyen. Quanto al formato Weimar tra Francia, Germania e Polonia, ricordo che è un formato di incontri che esiste dal 1991 e che ha una funzione di coordinamento regionale, così come anche noi partecipiamo ad altri formati regionali europei, come quelli sul Mediterraneo».

Il trattato del Quirinale con la Francia non rischia di vincolarci militarmente alle accelerazioni di Macron, nei prossimi mesi?

«È la Nato che decide, e nella Nato nessuno può decidere da solo. Gli articoli del Trattato del Quirinale ci incoraggiano proprio a raccordarci in ambito Ue e Nato, coordinando appunto le rispettive posizioni».

In questo scenario divisivo, crede ancora al progetto di difesa comune europea?

«Ci credo eccome, e la missione Aspides è un primo passo. L’Europa, se vuole contare anche all’interno della Nato, deve dotarsi di una difesa europea. Nessuno è in grado di difendersi da solo. O i Paesi europei si muovono insieme, oppure non saranno in grado di resistere alle pressioni delle grandi potenze mondiali».

Ciò significa prepararsi a spendere molto di più per la difesa?

«In realtà con il piano di difesa europea tutti spenderebbero di meno, perché verrebbero eliminati i “doppioni” nella produzione militare. Per quanto riguarda invece la spesa per la Nato, io sono d’accordo ad investire il 2% del Pil, ma ad una condizione: dobbiamo scorporare dal computo le spese per le operazioni militari in atto. L’Italia ha moltissimi militari impegnati in diversi teatri: Balcani, Libano, Africa, Iraq, Mar Rosso».

I riservisti faranno parte del futuro della difesa italiana?

«Per il momento è solo un’idea, non ne abbiamo parlato compiutamente. Non è all’ordine del giorno».

Kiev è più vicina che mai all’ingresso nella Nato, ha detto il segretario Stoltenberg. Lei frena?

«L’Ucraina è un Paese candidato a far parte della Nato. È un percorso segnato, ma non a brevissimo termine. E questo ingresso ovviamente non può avvenire a guerra in corso».

Ha l’impressione che qualcuno, in Italia e in Europa, tifi per l’escalation?

«Mi auguro di no. Soltanto un folle potrebbe tifare per la guerra».

Papa Francesco, al contrario, lancia un appello: «E più forte chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca… Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare». Condivide?

«Il Papa fa semplicemente il suo mestiere. Non bisogna tirarlo per la tonaca a destra e a manca. E poi teniamo presente che il pontefice non è di madrelingua italiana: alcune sue frasi vanno interpretate. Secondo me lui intendeva semplicemente dire: basta, sedetevi a un tavolo, fate la pace. È il suo lavoro. È un capo religioso, e non poteva dire nulla di diverso».

Sul fronte Gaza: il governo Netanyahu sta esagerando?

«Sono amico di Israele, un Paese che è stato travolto da una violenza inaudita. Ho visto immagini irraccontabili dell’attacco di Hamas. Ma la reazione israeliana, pur comprensibile, è andata aldilà. E giusto sconfiggere Hamas, ma occorre avere rispetto della popolazione civile, sia essa palestinese o israeliana. Oggi però è in atto una tendenza che mi preoccupa di più».

Quale?

«Per andar contro Netanyahu, si sta facendo la caccia all’ebreo. Come quella in corso in certe università italiane. Impedire al direttore de La Repubblica di prendere parola poiché ebreo, come accaduto a Napoli, mi sembra un fatto seriamente preoccupante».

Pensa che a Gaza debba entrare una forza internazionale?

«Una tregua, magari gestita dalle Nazioni Unite, in attesa dell’insediamento di un governo palestinese, sarebbe auspicabile. Qualora dovesse intervenire su quel territorio una forza di pace Onu, l’Italia sarebbe pronta a mandare i suoi militari. Un ruolo pacifico, come quello portato avanti in Libano dai nostri soldati».

L’Italia può fare da mediatrice su diversi teatri?

«L’Italia ha una storia di Paese mediatore. E dispone di forze armate capaci e sensibili da questo punto di vista».

Il nuovo governo europeo, dopo le elezioni, eliminerà la normativa sulle case green?

«Bisogna assolutamente ristabilire il buon senso, non solo sulle regole riguardanti le case, ma anche sul settore auto. Queste regole sono state scritte con un’impostazione ideologica quasi religiosa. I responsabili di queste politiche non sanno come funziona una fabbrica, un’azienda o un allevamento».

Dunque?

«Non siamo negazionisti sul cambiamento climatico: ma tra negazionismo e fondamentalismo, serve una terza via. Forza Italia è ambientalista come lo era Berlusconi, che tra le sue creazioni vanta Milano Due, un esempio di rispetto della natura coniugato con le esigenze delle persone».

Imbarcherete Carlo Calenda nelle prossime elezioni regionali in Basilicata e Piemonte?

«Le parole di Calenda su Vito Bardi sono molto chiare: oltre alla sua delusione per il caos che regna nel centrosinistra, il leader di Azione mostra di apprezzare il profilo concreto e moderato del presidente della Basilicata. L’obiettivo sarà sostenere un candidato che prima di ogni altro compito avrà quello del buon governo della Basilicata. Lo stesso potrebbe avvenire in Piemonte, dove Alberto Cirio si è dimostrato un presidente capace di aggregare il centrodestra ed estenderne i confini».

Perché ha lanciato il nome di Flavio Tosi per il dopo-Zaia?

«È un ottimo candidato. Ha esperienza, è stato assessore alla sanità, è stato sindaco di una città importante. Mettiamo questo nome sul tavolo: poi ovviamente ne parleremo e decideremo insieme. Tenendo presente che, in genere, Forza Italia presenta candidati vincenti. Penso per esempio ad Ancona o Brindisi».

Volete rubare alla Lega le roccaforti, a cominciare dal Veneto?

«Nessuno ruba nulla. Guardo le cose dal punto di vista pragmatico. Ho sempre espresso la mia contrarietà al terzo mandato, perché un presidente di regione, che ha un potere sul territorio superiore a quello del premier a livello nazionale, deve avere un limite alla gestione del potere. Dopo dieci anni, è bene cambiare, altrimenti si rischia di far diventare la regione un fortino personale».

Dunque non è una linea «contra personam»?

«Anche negli Stati Uniti il presidente viene eletto solo due volte, e anche nel progetto di premierato c’è un limite di due mandati. Non è una scelta né contro Zaia, né contro De Luca».

È favorevole alla commissione parlamentare d’inchiesta sullo «scandalo dossieraggi»? Pare che anche in seno alla maggioranza ci siano dei dubbi.

«L’Antimafia, che ha poteri pari a quelli dell’Autorità giudiziaria, deve indagare fino in fondo in questa storia. Facciamo prima parlare i magistrati e scopriamo la verità. Una volta terminata l’indagine dei magistrati, possiamo benissimo costituire una commissione di inchiesta “politica”. Diversamente, si rischia solo di perdere tempo prezioso».

Sempre a proposito di giustizia: la separazione delle carriere non sembra procedere così spedita.

«Per noi resta una priorità assoluta. Bisogna fare in fretta, agganciandola alle altre due grandi riforme: il premierato e l’autonomia».

Attraverso quale strada?

«Noi abbiamo le nostre proposte di legge: se poi arriva un disegno di legge governativo che velocizza i tempi, ben venga. Ma la riforma della giustizia, civile e penale, è irrinunciabile. È ora di fare uscire i partiti dalla magistratura, abolire le correnti, e depoliticizzare le toghe».

  • Autore: Federico Novella
  • Testata: La Verità

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