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Tajani: «Lo spirito di Berlusconi per un 25 aprile di libertà» (Il Messaggero)

Ministro Tajani, qual è secondo lei il senso del 25 aprile?

«E’ quello che Silvio Berlusconi illustrò, in maniera magistrale, ad Onna, il paesino abruzzese, già protagonista della Resistenza, devastato dal terremoto del 2009. Parlò, in quel teatro di macerie ma anche di voglia di ricominciare, della festa del 25 aprile come festa della libertà riconquistata e come la festa di tutti gli italiani. Anche io la intendo così. Si tratta di una ricorrenza importantissima, alla quale non vanno date connotazioni politiche di parte, perché è la celebrazione dell’unità nazionale che riguarda sessanta milioni di persone».

Non è generico parlare di festa della libertà come se non ci fossero stati vincitori e vinti nel 1945? E non si rischia di spoliticizzare un evento che invece è stato, e continua ad essere nella memoria dei più, politicissimo?

«Guardi che la libertà è un valore politico, della politica intesa anche nel suo aspetto umano, per eccellenza. È il presupposto e il fondamento della nostra convivenza civile. Quello che voglio dire è che la libertà è la libertà, e non può essere colorata con una tinta o con un’altra».

Lei indosserebbe il fazzoletto della Brigata Maiella che Berlusconi sfoggiò durante il suo famoso discorso di Onna, che lui stesso ha considerato tra i suoi migliori mai pronunciati nei lunghi decenni di attività politica?

«Ma certo, non avrei nessuna difficoltà a farlo. Perché la Liberazione ci riguarda tutti. E le dico senza timore di smentita che il messaggio più italiano che si possa trasmettere in questa occasione è stato ed è quello che Berlusconi espresse nel paesino abruzzese e il fazzoletto che portava al collo ne rafforzò l’impatto non solo visivamente ma proprio nel significato delle parole. Parlava di un’Italia che doveva rialzarsi dalla distruzione provocata dal sisma e doveva farlo senza divisioni, senza polemiche, senza guerre ideologiche e attacchi tra le parti. Proprio nello spirito che aveva animato alla fine del Ventennio i nostri connazionali».

Ma oggi il terremoto non c’è.

«Abbiamo due guerre alle porte di casa, quella in Ucraina e quella in Medio Oriente; dobbiamo convivere con un mondo in ebollizione; siamo impegnati a superare tanti ostacoli che si chiamano, per dirne uno, inflazione; c’è da migliorare l’Europa; c’è la ricostruzione postCovid che è già cominciata e deve andare avanti nel migliore dei modi possibili. E potrei continuare a lungo elencando le questioni che ci interpellano e che richiedono da parte di tutti noi un approccio comune, una condivisione degli intenti e dei mezzi per realizzarli. Certo ognuno poi, politicamente, ha le proprie ricette ed è giusto il confronto tra tutte queste, però è il senso di marcia che non può non essere condiviso. Possiamo andare avanti soltanto con la forza dell’ottimismo di chi si sente parte di un’unica comunità, con un’identità di principii e di valori».

Ministro, sembra un discorso da cardinale: da cardinale Zuppi!

«Credo fermamente che la Liberazione contenga un messaggio oltre che politico anche morale. Proprio perché riguarda la libertà».

Mettendola così, non si rischia però di sottovalutare la cultura antifascista, quindi molto di parte e partigiana, che è quella che ha ispirato, mosso e fatto vincere la Liberazione con l’ingresso dei combattenti del Cln a Milano?

«Non vedo proprio il rischio a cui lei accenna. Non si rischia minimamente, e tantomeno io dicendo queste cose sono animato da un intento di questo tipo, di sottostimare l’antifascismo. Va detto però anzitutto che il fascismo è finito 70 anni fa. E in secondo luogo che la Costituzione repubblicana ha le sue fondamenta nell’antifascismo che perciò è un valore assoluto. La libertà ha sconfitto il nazismo, il fascismo, il comunismo, e non dobbiamo dimenticare chi si è battuto per emancipare i Paesi europei da quei regimi dispotici. Per quanto riguarda l’Italia, quelli che si sono battuti per la libertà non lo hanno fatto soltanto nel ’43-’45, ma già prima. Nella Grande Guerra, che fu l’ultimo atto di costruzione dell’unità nazionale derivante dal Risorgimento. Come dimenticare Cesare Battisti, Ippolito Nievo o Fabio Filzi? O tanti altri patrioti? Come loro sono caduti per la libertà, così è stato tanto tempo dopo per i martiri delle Fosse Ardeatine. lo domani proprio alle Fosse Ardeatine celebrerò 25 aprile».

Perché proprio in quel sacrario?

«Perché li sono cadute vittime innocenti. E molti combattenti per la libertà di noi tutti. Penso a Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, colonnello dell’esercito regio. O a don Morosini, il cappellano militare trucidato a Forte Bravetta».

E tutti i comunisti uccisi allo stesso modo e negli stessi luoghi? Non vanno ricordati anche loro?

«Ma figuriamoci. Non sarò certo io a parcellizzare la resistenza. La considero, perché questa è stata, una lotta plurale e trasversale, profondamente unitaria pur nelle differenze tra culture e partiti. La guerra di liberazione è stata di tutti: dei comunisti, dei socialisti, dei monarchici, dei repubblicani, degli azionisti, dei liberali, dei militari fedeli alla bandiera, al giuramento e alla patria. Non vanno dimenticati i granatieri combattenti a Porta San Paolo. Gli ufficiali e i soldati a Cefalonia. I tanti giovani che hanno imbracciato le armi non sulla scorta di un credo ideologico ma soltanto per l’amore della patria. Insomma non commettiamo l’errore di trasformare il 25 aprile in una festa di parte, anche se in passato lo si è fatto, e rendiamo onore all’impegno di tutti e alla morte di tutti i caduti per la libertà, indicandoli ai nostri giovani come esempio di dedizione patriottica. E ancora: ci sono persone che hanno dato la vita anche senza combattere. Come Salvo D’Acquisto. O come quel maresciallo della Guardia di Finanza, Vincenzo Giudice, medaglia d’oro al valor militare, che compì un gesto analogo a quello di D’Acquisto. Si offri di farsi fucilare dai nazisti al posto dei civili che erano stati scelti per essere uccisi. Quando i nazisti gli dissero che non potevano sparare a lui, perché era un militare, Giudice si tolse la giubba si fece sparare».

Ministro, non è il suo caso, ma perché nel centrodestra ancora c’è qualcuno e non sono pochi che ha difficoltà a dirsi antifascista?

«Non credo che si debba chiedere ogni giorno a tutti quanti una dichiarazione di antifascismo. Perché l’antifascismo è insito nella Costituzione su cui tutti abbiamo giurato. Invece, non si fa che chiedere abiure anche a gente che generazionalmente non ha nulla a che vedere con la storia del totalitarismo novecentesco. Le dittature del secolo scorso hanno perso. La loro sconfitta e la condanna che meritano appartengono alla storia. La migliore manifestazione pratica e politica di condanna del fascismo, del nazismo e del comunismo è l’Unione Europea. Ecco, vorrei questo 25 aprile veramente europeista. La nostra civiltà è alternativa a ogni forma di totalitarismo ancora esistente».

Lo sa che in queste ore nei cortei sentirà delle grida contro Israele e a favore della resistenza palestinese, e nessuno slogan di solidarietà con gli ucraini?

«Se è così, sarà un peccato. A me piacerebbe vedere nei cortei qualche bandiera giallo-blu. Anche i combattenti ucraini, come i partigiani e i militari dell’esercito di liberazione nel ’45, si battono perla libertà».

E quelli che nelle università e nelle manifestazioni inneggiano ad Hamas?

«Il comportamento di Hamas è stato uguale il 7 ottobre a quello della Gestapo e delle Ss. Mi auguro che i giovani che scendono domani in piazza riescano a fare questo parallelismo morale e spero che si battano veramente perché palestinesi e israeliani vivano in pace».

  • Autore: Mario Ajello
  • Testata: Il Messaggero

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