Ministro Antonio Tajani, stiamo assistendo a uno scontro senza precedenti: Trump che irride la premier, che risponde duramente, lei stesso che cancella la partecipazione all’American Business Forum di Miami. Poi ancora botta e risposta. E ieri nuovo attacco di Trump. A che punto siamo?
«Al punto in cui bisogna abbassare i toni e lavorare. La politica estera non si fa con le offese e gli ultimi attacchi immotivati, a cui è stato sacrosanto rispondere. Essere alleati leali degli Usa, come siamo, non significa rinunciare alla nostra sovranità: non siamo sudditi di nessuno. Adesso occorre evitare che tutto questo si traduca in un danno politico, economico e diplomatico: l’Italia e l’Europa hanno bisogno di un rapporto solido con gli Usa, allo stesso modo gli Usa hanno bisogno dell’Europa e dell’Italia».
È stato uno scontro politico — Trump vuole di più dall’Italia: sulle guerre, sulla difesa — o anche personale?
«Contano le relazioni fra i Paesi. Ci sono state richieste politiche: più spese per la difesa, più sostegno a certe iniziative in Medio Oriente. Ma l’Italia decide in base ai propri interessi, alla propria Costituzione e al proprio posizionamento internazionale».
Cosa resta sul terreno?
«Il rapporto storico con gli Stati Uniti, nostro alleato strategico, e la consapevolezza che quel rapporto va gestito con maturità. Sono moltissime le imprese italiane che lavorano in America e con gli Usa, con vantaggi reciproci».
Meloni considera chiusa la lite. Ma politicamente è uno stallo superabile?
«La premier Meloni ha difeso l’Italia e ha fatto bene. Io, da ministro degli Esteri, farò capire agli americani che l’Italia va rispettata e ogni equivoco superato. Siamo un ponte nel Mediterraneo, la seconda potenza industriale d’Europa, la quarta commerciale nel mondo, interlocutore imprescindibile in Africa, nei Balcani, in Medio Oriente».
Cosa può «offrire» l’Italia agli Usa rispetto a ciò che Trump pretende?
«L’Italia non offre. E mi auguro che gli Usa non pretendano. Lavoriamo insieme per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, per ridurre la dipendenza da aree instabili, per sviluppare nuove tecnologie».
Vedrà Rubio? Vi state organizzando, o l’appuntamento sarà ad Ankara per il vertice Nato?
«I contatti con il segretario Rubio non si sono mai interrotti. Il nostro è un rapporto franco. L’ho informato della decisione di non andare al Forum a Miami, ma ci vedremo al Vertice Nato di Ankara».
Lei andrà per il 4 luglio a Villa Taverna?
«Andrò, a testa alta, a festeggiare i 250 anni dall’Indipendenza di un grande Paese libero e democratico: l’altro volto dell’Occidente, che deve restare unito. L’Italia è amica del popolo americano. Lo era con Reagan, Bush padre e figlio, Clinton, Obama e Biden. Lo è ancora. E siamo orgogliosi che milioni di italo-americani abbiano contribuito a rendere grande l’America».
A Meloni è stato rimproverato di aver troppo ceduto al presidente americano. Lei e FI siete rimasti sempre più freddi rispetto a Trump, pur confermando l’alleanza storica. È in corso un riposizionamento dell’Italia?
«Credo che nessuno nel governo abbia mai confuso l’alleanza con il popolo americano, con gli Usa, e l’adesione personale a un leader. L’atlantismo non è trumpismo, bidenismo, obamismo. È una scelta di campo strategica. Nessun riposizionamento. Parlerei di una linea chiara: amicizia con gli Stati Uniti, sovranità dell’Italia, più Europa nella Nato».
Ecco, come può rispondere l’Europa, visto che l’alleanza militare sembra scricchiolare sempre di più?
«Per contare, l’Europa ha bisogno di una politica estera e di difesa comune e di un’industria integrata. La Nato è imprescindibile, ma dentro la Nato il pilastro europeo dev’essere forte quanto quello americano. L’Italia può essere protagonista di questo processo perché ha una posizione geografica, industriale e diplomatica unica: da sempre non è seconda a nessuno per l’impiego dei suoi militari, come dimostra l’alto prezzo in vite umane. Oggi garantisce la presenza dell’Occidente nell’Africa subsahariana, in Niger, a Gibuti, in Somalia, nei Balcani, in Libano, nel Mar Rosso, per non parlare del fronte Est della Nato».
La cancellazione del Business Forum di Miami che conseguenze può avere? Sono tante le aziende che hanno rapporti con gli Usa.
«L’annullamento dell’incontro è stato un segnale, non un capriccio ma la risposta a un attacco ingiustificato del presidente Trump. Continueremo a lavorare sui dossier e firmeremo quello sulle materie prime, snodo decisivo per il nostro sistema industriale».
L’Italia ha superato il Giappone per export, grazie anche ai dati negli Stati Uniti. Come lo spiega?
«Lo spiego con la forza delle nostre imprese che vendono negli Usa perché producono qualità, tecnologia, bellezza, affidabilità. Non soltanto moda o agroalimentare. Vendiamo macchinari, farmaceutica, aerospazio, nautica, componentistica, design, alta tecnologia. La diplomazia della crescita, sostenuta dalla riforma della Farnesina e da un piano strategico per l’export, serve ad aprire i mercati e accompagnare le imprese. E il risultato è che il nostro export ha superato quello del Giappone, nonostante guerre e dazi. In questo, negli Usa, ci aiutano anche i 20 milioni di italo-americani che amano il nostro Paese».
Le guerre in Iran, Libano, Ucraina non sembrano fermarsi. Quanto pesa la crisi energetica sui conti italiani? La vita degli italiani con il vostro governo sta migliorando o peggiorando?
«Abbiamo adottato interventi sulle bollette, una strategia energetica solida, il ritorno al nucleare di nuova generazione, più rinnovabili, infrastrutture, diversificazione. E l’Italia continua a esportare e attrarre investimenti. Ora dobbiamo mettere più soldi nelle buste paga, ridurre le tasse al ceto medio, aiutare i giovani, sostenere le imprese che assumono, favorire gli investimenti privati per agevolare crescita e innovazione. La Cgia di Mestre ha già certificato 33 miliardi di euro in meno di pressione fiscale su famiglie e piccole imprese con le misure del nostro governo, l’aumento del gettito fiscale grazie a 1,2 milioni di occupati in più, oltre alla riduzione dello spread e alla crescita record della Borsa».