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Tajani: «Non risponderemo più a Donald. I fondi Safe? C’è tempo fino a fine anno» (La Stampa)

Tajani: «Non risponderemo più a Donald I fondi Safe? C’è tempo fino a fine anno»
Tajani: «Non risponderemo più a Donald I fondi Safe? C'è tempo fino a fine anno»

Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ci risponde mentre è in viaggio per Reggio Calabria, dove presenta la conferenza di novembre degli addetti scientifici, spaziali e degli esperti agricoli della rete diplomatica e due importanti programmi spaziali per la regione. Voce olimpica e calma serafica, nonostante l’ultima intemerata di Donald Trump, il giorno dopo il matrimonio di suo figlio: «Nulla può turbare questi momenti di felicità, credo valga per tutti».

Insulto, irrisione, villania: come definisce l’ultimo post di Trump?

«Si commenta da solo, punto».

Lo commenti e ci spieghi quali, secondo lei, sono le ragioni.

«Abbiamo un Presidente degli Stati Uniti che ama le provocazioni, specie sui social. Ma guardi, noi, e quando dico noi mi riferisco a una decisione presa insieme a livello di governo, abbiamo deciso di non rispondere più a queste uscite per non alimentare le polemiche fra gli alleati».

Lo ignorerete?

«La solidità delle relazioni transatlantiche va ben al di là di un post o un’espressione colorita».

Le relazioni sono quantomeno incrinate. Qui non c’entra il carattere, è una frattura politica.

«La politica travalica le persone e il loro carattere. Noi siamo e restiamo amici degli Stati Uniti come partner strategico nostro e dell’Europa. Lo siamo stati con tutti i presidenti Usa. Ci muoviamo in questa direzione, nel nome di ciò che abbiamo di più prezioso: l’unità dell’Occidente».

Sicuro che con Trump avete la stessa idea di Occidente?

«Le parole lasciano il tempo che trovano. Contano i fatti».

Appunto: vi insulta e parla con Putin.

«Occidente è libertà, democrazia, diritto, anche multilateralismo. Guardi i fatti: il lavoro della diplomazia europea, e americana, non si discosta in concreto da questi valori. Prova ne è che il dialogo tra me e il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, non si è mai interrotto.

Direi che è un po’ meglio l’altro Occidente di Papa Leone…

«Sono indiscutibili le radici cristiane dell’Europa, a cominciare dalla centralità della persona e dal rispetto dei diritti fondamentali. Il richiamo del Papa da Lampedusa sottolinea la comune responsabilità europea nella gestione dei fenomeni migratori. E qui l’Italia ha indicato la strada».

Temete un agguato di Trump ad Ankara?

«No, anzi auspico che l’Alleanza atlantica esca rafforzata. Le ripeto: non si annullano storia e tradizioni per una dichiarazione estemporanea. La Nato è un’alleanza militare e insieme una rete di relazioni politiche, umane e commerciali. Un’alleanza tra popoli».

Sulle spese militari vi presentate con meno risorse stanziate del previsto.

«Ci presentiamo a Ankara con una spesa pari al 2,8% del Pil. Quindi siamo avanti nel raggiungimento degli obiettivi. E non perché lo chiede Trump. Per l’Europa, un’autonoma capacità di difesa è un’esigenza sempre più urgente».

Sennò, dice lei, in questo mondo, non contiamo niente.

«Dico che se vogliamo essere più autorevoli e forti nel mondo, dobbiamo fare la nostra parte. Per questo mi stupisce chi, a sinistra, non capisce che la sicurezza è condizione della democrazia. Chi crede davvero nella libertà sa che va difesa».

Però avete rinunciato a Safe: prestiti europei e cooperazione rafforzata.

«C’è tempo sino a fine dell’anno. Non considero chiusa la partita. E io resto favorevole all’utilizzo, anche parziale, salvaguardando la spesa sanitaria e sociale».

Pensa che un’accelerazione verso la difesa comune non sia più rinviabile?

«E così. Sarebbe uno strumento di deterrenza e una mossa necessaria, in termini di ruolo dell’Ue. Non per sostituire la Nato, ma per irrobustirla con un pilastro europeo che abbia la stessa grandezza di quello nordamericano».

Andrebbe fatto con i tempi dell’Euro: avanti con chi ci sta?

«C’è bisogno di uno scatto su politica estera, difesa, e per completare l’unione bancaria, energetica e di capitali. L’Europa deve avere più soggettività politica: rafforzamento del potere legislativo del Parlamento e elezione di un solo vertice, insieme presidente della Commissione e del Consiglio. Io sono anche per ridurre sempre di più il voto all’unanimità».

Giorgia Meloni non è d’accordo.

«Confido nelle capacità di persuasione».

Putin minaccia la Polonia, ma Trump dice che vuole finire la guerra. Cosa ci racconta il fronte orientale?

«Putin alza i toni perché è in difficoltà: pensava di vincere la guerra in tre giorni e invece, grazie anche al sostegno europeo, l’Ucraina ha tenuto. A Kiev difendiamo i nostri interessi, i nostri valori e i nostri confini. Solo chi è in malafede può parlare di corsa al riarmo e non di deterrenza».

Mi dà un giudizio sulla guerra in Iran. A cosa è servito questo putiferio?

«Lo scopriremo quando il conflitto sarà solo un brutto ricordo. I passaggi verso una pace duratura sono ancora molti e non facili».

Quale è il ruolo dell’Italia?

«L’Italia ha offerto il suo contributo, nella prospettiva di una distensione in cui torni la piena libertà di navigazione in un’area strategica per il nostro fabbisogno di energia e per il commercio mondiale».

Intanto sta collassando il Libano. Che succede con la fine di Unifil?

«Abbiamo già proposto al vertice italo-francese di Antibes una nuova missione nel quadro di una decisione multilaterale, delle Nazioni Unite, con il consenso delle autorità libanesi, per contribuire alla stabilizzazione dell’area. Noi e la Francia siamo pronti».

Teme che Trump faccia con Vannacci quello che ha fatto con Afd?

«Bisognerebbe chiederlo a lui. Io non partecipo all’inseguimento di Vannacci. Noi siamo il centrodestra, siamo Forza Italia: un movimento cristiano, liberale, riformista, garantista, europeista, atlantista».

E lei con Vannacci che farà?

«Io mi occupo del Paese e ho a cuore il benessere delle famiglie, la crescita delle imprese e la difesa del risparmio, mentre la sinistra vorrebbe mettere le mani nei conti correnti degli italiani e aumentare vincoli e pressione fiscale, anche sulla casa. Noi non lo permetteremo mai».

La pressione fiscale non mi sembra scesa.

«Non è così. Lo ha certificato la Cgia di Mestre: 33 miliardi di euro in meno su famiglie e piccole imprese. Ma si può fare di più: allargare la riduzione Irpef dal 35 al 33% fino a 60 mila euro, detassare del 100% le tredicesime di chi ha Isee più bassi, detrarre le spese sanitarie l’anno in corso e non il successivo. E trovare le risorse per la previdenza dedicata dei pensionati delle nostre forze armate».

Così è facile. Dica dove si trovano i soldi.

«Stiamo lavorando per far sì che gli oltre 1.700 miliardi di risparmi privati si trasformino in investimenti per grandi progetti pubblici, limitando le spese dello Stato per diminuire le tasse».

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