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Tajani: «Va sventata un’escalation dagli effetti incalcolabili. Serve la mediazione araba» (Corriere della Sera)

Tajani: «Va sventata un’escalation dagli effetti incalcolabili. Serve la mediazione araba» (Corriere della Sera)
Tajani: «Va sventata un'escalation dagli effetti incalcolabili. Serve la mediazione araba» (Corriere della Sera)

Dalla parte di Israele e del suo popolo che sta subendo un’aggressione «mostruosa» a danno di civili inermi, donne, bambini, anziani e non un mero atto di guerra o terrorismo. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, non ha dubbi su quale debba essere il posizionamento dell’Italia nel conflitto appena esploso in Medio Oriente, e anzi crede e auspica che su questo tema «la politica, i partiti, maggioranza e opposizione non si dividano: quello che vediamo, che sappiamo, che ci arriva da quei territori è talmente insostenibile che nessuno potrà negare la propria solidarietà a Israele». Ma nello stesso tempo, lui stesso e il governo italiano sono impegnati e continueranno a farlo «con forza» perché si giunga al più presto a una soluzione diplomatica della crisi, a una de-escalation immediata e duratura. Perché il rischio di un allargamento del conflitto, con effetti difficilmente immaginabili nella loro gravità, è molto alto.

Significa che sarete schierati con Israele anche se la reazione sarà, come annunciato, durissima?

«Voglio essere chiaro. L’aggressione di Hamas in territorio israeliano va condannata con la massima fermezza. E noi riconosciamo il pieno diritto di Israele a difendersi, tanto più di fronte ad una aggressione come questa che sta sconvolgendo il mondo per la ferocia, la bestialità — come perfino il vilipendio dei cadaveri — di atti contro civili e non di azioni militari».

Ma?

«Ma, al tempo stesso, va sventato il rischio di una escalation che avrebbe conseguenze incalcolabili e incontrollabili sul piano regionale, che andrebbero a sommarsi a un quadro già difficilissimo in altre aree del mondo, a partire dal conflitto in Ucraina. In Medio Oriente vanno tenute debitamente presenti le complesse dinamiche di una regione in movimento».

E come si fa a evitare l’escalation?

È probabile che la reazione israeliana sarà durissima, con altro spargimento di sangue da una parte e dall’altra. «La situazione richiama paradossalmente la necessità di riportare il processo di pace al centro dell’attenzione internazionale. Siamo pronti a lavorare per favorire il raffreddamento delle tensioni, come già ottenuto a inizio anno con le intese di Aqaba e Sharm el-Sheikh, e la successiva ripresa di una prospettiva politica».

Quali canali diretti avete, che tipo di opera di convincimento può fare l’Italia perché il conflitto non deflagri?

«Io personalmente ho già parlato sia con il ministro degli Esteri israeliano Cohen che con il mio omologo egiziano Shukri e il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi, per auspicare un dialogo che porti a un abbassamento della tensione, e mercoledì sarò in visita ufficiale in Egitto per incontrare il presidente Al-Sisi. Contiamo molto sull’Arabia Saudita, sulla Giordania e sull’Egitto, quest’ultimo ha canali di comunicazione efficaci con Hamas, affinché possano compiere un’opera di mediazione».

In che modo si potrebbe agire, almeno nell’immediato?

«Intanto permettendo corridoi umanitari nella Striscia di Gaza per mettere al sicuro bambini, donne, ostaggi civili, che nulla hanno a che fare nemmeno con uno scenario di guerra. Ma poi, tutti i Paesi moderati non vogliono che ci sia alcuna estensione del conflitto, ancor più rischiosa se si considera la saldatura possibile tra le azioni di Hamas ed Hezbollah nel vicino Libano: una realtà a sua volta in preda a una crisi politica profonda, che il coinvolgimento del “partito di Dio” potrebbe far precipitare, destabilizzando ulteriormente il Libano e la regione».

Un conflitto che porterebbe quali conseguenze, quali sono i timori?

«È estremamente preoccupante vedere l’atteggiamento dell’Iran, immagini in cui si fanno salti di gioia davanti al massacro di cittadini indifesi. Purtroppo non aiuta lo stallo del Processo di pace, né la percepibile crisi di consensi dell’Autorità palestinese — ma pure di Hamas stesso — presso i suoi cittadini».

E appunto che ruolo può svolgere l’Italia? Schierarsi troppo dalla parte di Israele — come con le bandiere di quel Paese esposte da istituzioni, compreso Palazzo Chigi — non può rendere più difficile una attività di mediazione?

«Ma noi siamo da sempre per una politica dei “due popoli, due Stati”, conosciamo bene la complessità della situazione, abbiamo avuto rapporti anche con l’Autorità palestinese, che ce ne ha dato atto. In questo momento però non si può non stare dalla parte di chi viene così vilmente aggredito, di un popolo — quello israeliano — colpito in modo terribile. Stiamo già parlando di un migliaio di morti, con una ferocia indescrivibile. Ovviamente la situazione ripropone la necessità di dedicare attenzione prioritaria sui rapporti con l’area mediterranea e medio orientale, fulcro degli interessi dell’Italia e al centro del dibattito internazionale su temi che vanno dall’energia all’immigrazione. Proprio per questo intendiamo porre con forza anche questo tema sul tavolo della presidenza italiana del G7 nel 2024».

State agendo di concerto con altri Paesi, per una pressione più incisiva?

«Manteniamo un costante contatto con i partner internazionali, a iniziare dagli Stati Uniti, e con gli attori regionali costruttivamente impegnati per far avanzare il dialogo tra le parti. Ci siamo riuniti con il quintetto — Usa, Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna — per coordinare le posizioni, siamo sempre pronti a ogni iniziativa per evitare appunto l’escalation».

Temete ripercussioni anche in Italia?

«Ogni obiettivo sensibile è protetto, siamo attentissimi e non registriamo allo stato particolari allarmi ma è ovvio che ogni misura di sicurezza viene adottata. Per quanto riguarda gli italiani in Israele, sono 18 mila, molti con doppia nazionalità, un migliaio sono nell’esercito, una decina a Gaza, 500 in Israele tra turisti e lavoratori non residenti. La nostra Unità di crisi è sempre attiva e siamo pronti per ogni aiuto possibile».

In questo quadro, la sensazione è che ci sia meno attenzione al fronte ucraino. Si sta raffreddando il supporto internazionale, e anche italiano? Cosa farete con il prossimo invio di aiuti per il sostegno militare a Kiev?

«No, l’Italia continua a sostenere Zelensky, facendo quello che è nelle nostre possibilità. Valutiamo un ottavo pacchetto di aiuti, vedremo quali saranno i contenuti, li stabilirà il governo. Faremo la nostra parte per quanto ci sarà possibile, e lavoreremo assieme alle Nazioni Unite per una pace che sia giusta».

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