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Tajani: «Nel Golfo aiutiamo i Paesi amici, in Ucraina sì al dialogo ma no alle pretese di Mosca» (ilsussidiario.net)

Tajani: «Nel Golfo aiutiamo i Paesi amici, in Ucraina sì al dialogo ma no alle pretese di Mosca» (ilsussidiario.net)
Tajani: «Nel Golfo aiutiamo i Paesi amici, in Ucraina sì al dialogo ma no alle pretese di Mosca» (ilsussidiario.net)

Roma è sede degli incontri tra la delegazione libanese e quella israeliana e si è parlato anche della possibilità che tocchi proprio all’Italia controllare l’applicazione dell’accordo, che prevede la cessione all’esercito libanese di alcune aree del territorio occupate dall’IDF. Che ruolo sta avendo il nostro Paese in questa crisi?

Credo che l’Italia, in questo momento particolare, stia dando un importante contributo. La pace e la stabilità del Libano sono al centro dell’azione diplomatica italiana, attraverso i contatti politici con tutte le parti interessate e i principali attori regionali e internazionali. Le ultime due sessioni dei colloqui diretti tra le delegazioni libanese e israeliana si sono svolte a Roma e questo è il riconoscimento della credibilità che l’Italia vuole rafforzare nel Paese e in tutta la regione.

L’Italia è da tempo in prima linea per la sicurezza del Libano, con la partecipazione a UNIFIL e la missione bilaterale MIBIL, che contribuisce alla formazione delle forze armate libanesi. E guardiamo anche alle fasi successive a UNIFIL, partecipando alle riflessioni per definire il contributo che la comunità internazionale potrà continuare a dare in Libano. L’obiettivo è creare le condizioni perché il Libano possa tornare a essere pienamente stabile e sovrano.

Il Libano è solo uno dei fronti su cui è impegnato Israele: riguardo a Gaza e Cisgiordania in particolare, la comunità internazionale non ha fatto abbastanza per far tacere definitivamente le armi e dare un futuro al popolo palestinese. C’è bisogno di intervenire con maggiore decisione anche da parte dell’Europa?

Purtroppo, si dimentica spesso che l’Europa ha già assunto in questi mesi posizioni nette, chiedendo di fermare le ostilità, garantire un’assistenza umanitaria adeguata alla popolazione di Gaza e gettare le basi per una prospettiva politica. Posizione che l’Italia sostiene con convinzione. Ma non ci siamo limitati alle dichiarazioni. Iniziative concrete come le missioni EUBAM Rafah ed EUPOL COPPS contribuiscono alla stabilizzazione e alla sicurezza dell’area.

La prima sarà prossimamente guidata da un ufficiale dei carabinieri. Sul piano politico, l’Unione Europea è tra i fondatori dell’“Alleanza Globale per la Soluzione a Due Stati”, oggi la principale iniziativa internazionale per favorire una soluzione politica della questione palestinese. Anche in questo caso, Roma è centrale.

Anche sul piano economico e umanitario, però, c’è molto da fare.

L’Europa continua a sostenere la popolazione palestinese e a lavorare per la ripresa. La vera sfida, oggi, è trasformare l’emergenza in una prospettiva politica. Solo con l’iniziativa Food for Gaza abbiamo stanziato circa 40 milioni di euro e mobilitato 2.400 tonnellate di beni alimentari e umanitari, per un’assistenza umanitaria guidata dalla Farnesina. Ma senza l’avvio di un concreto percorso di pace, ogni intervento umanitario rischia di rimanere una risposta temporanea a una crisi destinata a ripetersi.

Il Papa ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire con urgenza perché progredisca l’idea dei due Stati. Quanto è praticabile, vista la situazione attuale?

Per l’Italia la soluzione dei due Stati è necessaria per garantire una pace giusta, duratura e sostenibile. È certamente una strada difficile, ma proprio la gravità della situazione attuale ci impone di non abbandonarla. Oggi ci sono ostacoli seri: la guerra a Gaza e la crisi regionale hanno irrigidito le posizioni delle opinioni pubbliche israeliana e palestinese. In Cisgiordania la situazione è sempre più precaria, aggravata dall’espansione degli insediamenti illegali e dalla violenza dei coloni; l’Autorità Palestinese deve inoltre affrontare una grave crisi istituzionale ed economica, mentre porta avanti un difficile percorso di riforma.

L’Italia sosterrà i due Stati anche in sede ONU?

Sì, l’Italia continuerà a farlo anche alle Nazioni Unite. Abbiamo sostenuto numerose risoluzioni per riaffermare il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani e, nel luglio 2025, abbiamo partecipato alla Conferenza internazionale per la soluzione pacifica della questione palestinese e l’attuazione della soluzione a due Stati, presiedendo insieme all’Indonesia il gruppo di lavoro sulla sicurezza. Per dare un ulteriore segnale in tal senso, ho voluto che l’ultima riunione dell’Alleanza Globale per la Soluzione a due Stati, lo scorso luglio, si svolgesse a Roma, con il ministro saudita Faisal bin Farhan Al Saud e la partecipazione della ministra degli Esteri palestinese Varsen Aghabekian.

Il memorandum che doveva spianare la strada a un accordo di pace fra Iran e Stati Uniti si è rivelato un fallimento: c’è ancora spazio per la diplomazia tra Washington e Teheran, almeno per definire la gestione dello Stretto di Hormuz?

Non parlerei di un fallimento della diplomazia e, comunque, c’è sempre spazio per la diplomazia. Il memorandum era un punto di partenza, non il punto di arrivo, e ha rappresentato un passo importante, contribuendo a fermare l’escalation e affrontare la crisi attraverso il negoziato. Oggi la ripresa dei negoziati non appare imminente. Ma dobbiamo evitare che i canali diplomatici si chiudano. La diplomazia non è un’alternativa alla sicurezza: è lo strumento attraverso il quale possiamo costruire una sicurezza più duratura. L’Italia non ha mai smesso di dialogare con tutti gli interlocutori coinvolti, compresi i Paesi della regione che stanno cercando di favorire la ripresa del negoziato.

Un’apertura che vale anche per l’Iran?

Anche nei miei recenti contatti con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ho ribadito l’urgenza di riaprire i canali tra Washington e Teheran e arrivare rapidamente a una soluzione politica e duratura, evitando nuove escalation militari. La nostra posizione è chiara: l’Iran non deve dotarsi dell’arma atomica e lo Stretto di Hormuz deve tornare a essere libero e aperto alla navigazione, senza pedaggi o tariffe. Bloccare Hormuz non incide solo sulla navigazione: colpisce le catene di approvvigionamento, l’energia e la sicurezza alimentare, con conseguenze che arrivano molto lontano. Per questo una nuova escalation militare non sarebbe nell’interesse di nessuno.

Militari italiani sono schierati nei Paesi del Golfo: che ruolo stanno svolgendo e perché non si è saputo finora? L’Italia in Arabia Saudita contribuisce alla difesa di uno Stato coinvolto nel conflitto con l’Iran?

I membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo sono partner importanti per l’Italia e questo Governo si è impegnato fin dall’inizio per un rafforzamento delle relazioni bilaterali con tutti questi Paesi. L’Arabia Saudita è un partner strategico che si è trovato, come i suoi vicini, a doversi difendere da attacchi esterni, inaccettabili, che abbiamo condannato con fermezza.

La presenza italiana nella regione è stata definita in linea con la “Delibera sulle missioni internazionali” discussa e approvata dal Parlamento, che è stato sempre informato di ogni sviluppo attraverso comunicazioni e audizioni mie e del ministro Crosetto. L’Italia, sia chiaro, non è parte del conflitto. La presenza di sistemi e personale italiano in Arabia Saudita va distinta dalla partecipazione alle operazioni offensive.

Perché siamo lì?

Dobbiamo proteggere i nostri militari, garantire la sicurezza dei nostri interessi e dei nostri cittadini e, contemporaneamente, lavorare per la de-escalation e per sostenere concretamente i Paesi amici che ci hanno chiesto aiuto, come l’Arabia Saudita, con i quali condividiamo obiettivi strategici comuni: promuovere pace, stabilità e crescita.

La guerra in Iran ha creato qualche problema di rapporto fra Italia e USA, ma anche tra gli americani e altri Paesi europei: uno strappo che è stato ricucito? In che modo?

Non c’è stato alcuno “strappo”. Tra alleati è naturale avere confronti franchi sulle crisi internazionali. Le relazioni transatlantiche restano l’asse fondamentale della nostra sicurezza: a maggior ragione in una fase in cui i nostri avversari strategici confidano in una maggiore fragilità dell’Occidente. Il Vertice NATO di Ankara lo ha confermato: non siamo davanti a una frattura, ma nel pieno di una discussione necessaria su come rafforzare l’Alleanza nel futuro.

Vale anche per i rapporti Italia-USA?

Il nostro rapporto con gli Stati Uniti prescinde dai singoli Presidenti ed è così consolidato, basato su valori e interessi comuni talmente profondi da permetterci di gestire ogni momento di confronto in modo costruttivo. Stiamo anzi esplorando nuovi campi di cooperazione. Poche settimane fa abbiamo firmato con gli USA la dichiarazione sulla “Pax Silica”, promossa per unire i Paesi che la pensano allo stesso modo su due questioni cruciali: la sicurezza delle filiere dei semiconduttori avanzati e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Sono queste oggi le direttrici della partnership Italia-USA: pragmatismo, maggiori scambi commerciali e una collaborazione che guarda dritta al futuro.

L’Italia ha sempre sostenuto l’Ucraina nella guerra contro la Russia, così come l’Europa: dopo oltre quattro anni di conflitto non è possibile aprire uno spazio negoziale per porre fine alla guerra?

L’obiettivo dell’Italia è sempre stato e rimane quello di giungere a una pace giusta e duratura. Lo abbiamo ribadito in ogni sede e la presidente del Consiglio Meloni lo ha confermato nuovamente al presidente Zelensky ad Ankara, in occasione del Vertice NATO. Riteniamo che l’attuale fase possa aprire uno spazio negoziale, alla luce dei risultati conseguiti dall’Ucraina e delle crescenti difficoltà economiche e politiche russe.

Dobbiamo però muoverci con prudenza: restano forti incertezze sulle reali intenzioni del Cremlino, mentre proseguono i brutali bombardamenti contro i civili e le infrastrutture ucraine e si avvicina un altro inverno molto difficile. Occorre quindi lavorare per portare Mosca a un confronto serio, mantenendo il duplice approccio seguito finora: sostegno a Kyiv e pressione sulla Russia.

Di fatto, però, la prospettiva è ancora quella della guerra.

Interrompere gli aiuti significherebbe costringere l’Ucraina a negoziare da una posizione di debolezza e consentire a Mosca di imporre con la forza le proprie condizioni. Per questo continuiamo ad assistere Kyiv a 360 gradi, dalla difesa alla ricostruzione e alla resilienza energetica.

E con Mosca come dobbiamo comportarci?

Dobbiamo mantenere aperti i canali di dialogo e utilizzare con pragmatismo le leve a nostra disposizione per favorire un suo impegno negoziale effettivo. Tra queste vi sono anzitutto le sanzioni: l’Italia ha sostenuto con convinzione il ventunesimo pacchetto europeo e resta impegnata a limitare le capacità della macchina bellica russa, rafforzando il contrasto all’elusione delle misure restrittive e alla cosiddetta flotta ombra. Negoziare non significa arretrare di fronte alle pretese di Mosca.

Ogni soluzione dovrà rispettare sovranità, indipendenza e integrità territoriale dell’Ucraina e nessuna decisione dovrà essere presa senza Kyiv. L’Europa dovrà partecipare a ogni eventuale negoziato come attore direttamente interessato alla futura architettura di sicurezza continentale, in stretto coordinamento con gli Stati Uniti e con gli altri Alleati e partner internazionali.

La politica di riarmo e dei rifornimenti militari a Kiev non rischia anche di sottrarre risorse alle politiche sociali o ad altre importanti voci di spesa?

Non è corretto presentare il rapporto tra difesa e politiche sociali come una scelta tra due alternative. La sicurezza è una condizione essenziale per proteggere il nostro modello sociale, la nostra economia e i nostri cittadini. Sostenere la difesa ucraina non significa sottrarre risorse al welfare, ma contribuire a preservare le condizioni di stabilità e sicurezza grazie alle quali le nostre politiche sociali possono continuare a funzionare.

Gli impegni per la difesa devono naturalmente essere sostenibili e accompagnati da una più forte cooperazione europea, evitando duplicazioni e migliorando l’efficienza della spesa comune. L’Italia ha mobilitato più di 3,2 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina per aiuti umanitari, ricostruzione, energia e sviluppo e ha confermato questo impegno nel tempo dentro e fuori l’UE.

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