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Kenya, il motore tecnologico e logistico dell’Africa Orientale

Kenya, il motore tecnologico e logistico dell’Africa Orientale
Kenya, il motore tecnologico e logistico dell’Africa Orientale

Non è solo un attore regionale di primo piano, ma il capofila della regione più dinamica del continente africano; il Kenya vanta una crescita solida e offre una base privilegiata per avvicinarsi ai Paesi della Comunità dell’Africa Orientale (EAC), potendo contare su un mercato interno di oltre cinquanta milioni di consumatori e su una forza lavoro, la cui età media è inferiore a venti anni, caratterizzata da una forte intraprendenza e dal vantaggio di avere l’inglese come lingua nazionale. Dal punto di vista sanitario, inoltre, decenni di investimenti pubblici e privati hanno innalzato l’aspettativa di vita da 48 a 63 anni, portando il sistema medico locale al secondo posto nel continente africano per la qualità dei servizi diagnostici offerti.

A livello macroeconomico, il Kenya, nonostante divida i confini con aree segnate da forte instabilità, ha mostrato una notevole resilienza, come evidenziato dall’African Economic Outlook 2026 della Banca africana di sviluppo (AfDB): nel 2025, il Prodotto Interno Lordo (PIL) ha segnato un incremento di circa il 5%, trainato principalmente dall’industria e dal settore dei servizi, a fronte di un’inflazione in calo. Per attrarre capitali esteri, il Governo ha introdotto riforme per il clima degli affari, eliminando i requisiti di capitale azionario locale per le società informatiche, stabilizzando la politica fiscale e potenziando le normative a tutela dei dati e delle zone di trasformazione per l’esportazione.

Dal punto di vista sociale e occupazionale, Nairobi continua a rimanere tra i Paesi a reddito medio-basso, con oltre un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà e una realtà informale che coinvolge più dell’80% dei lavoratori. Il Governo si propone il salto ad economia a reddito medio-alto nel giro di pochi anni, nonostante le criticità, ad esempio la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Un’analisi del Center for Strategic & International Studies stima in effetti che gli eventi meteorologici estremi abbiano causato al Paese africano perdite comprese tra il 3 e il 5% del PIL tra il 2010 e il 2020, con conseguenze anche sulla sicurezza alimentare e sull’inflazione locale. I danni alle infrastrutture causati dagli shock climatici, inoltre, innalzano i costi delle operazioni portuali e commerciali, minando gli sforzi intrapresi per la riduzione delle disuguaglianze strutturali.

La spina dorsale dell’economia si conferma l’agricoltura, comparto che genera la quota più alta dei proventi delle esportazioni. Il settore sta sperimentando una progressiva industrializzazione delle filiere – grazie anche agli interventi del Piano Mattei e della Cooperazione Italiana allo sviluppo – ed è in grado di competere sui mercati internazionali con eccellenze orientate all’export quali tè e caffè.

Accanto al settore primario, il Kenya segue una fitta agenda digitale. L’ambizioso progetto del Digital Superhighway punta a estendere la rete in fibra ottica per centomila chilometri, consolidando il ruolo del Kenya come avamposto dell’innovazione tecnologica. Ma le tecnologie digitali sono considerate dal Governo anche un fattore abilitante fondamentale per altri settori. Ad esempio, in ambito sanitario, l’informatica continua a guadagnare terreno con l’attuazione della strategia di eHealth da parte del Ministero della Salute o di progetti come il District Health Information Software 2 (DHIS2), volto a migliorare l’erogazione dell’assistenza sanitaria e il monitoraggio delle malattie. Anche attraverso il Programma di Alfabetizzazione Digitale (DLP), comunemente noto come Digi-School, il Paese si impegna a garantire che gli studenti abbiano accesso alle competenze informatiche necessarie per soddisfare la domanda globale di manodopera qualificata nel settore IT.

Massicci, inoltre, sono gli investimenti infrastrutturali, per i quali, a causa degli elevati livelli di debito pubblico, le Autorità nazionali privilegiano il modello del partenariato pubblico-privato. Tra i progetti di maggiore respiro figurano l’espansione dei porti di Mombasa e Lamu, lo sviluppo di una vasta rete di strade a pedaggio per il decongestionamento urbano e la costruzione della moderna Nairobi Railway City.

Infine, sono in cantiere interventi importanti nel settore energetico. Nonostante il Kenya sia tra i primi produttori mondiali di energia geotermica e vanti una rete alimentata per il 90% da fonti pulite, il tasso di dispersione dell’elettricità prodotta si attesta al 16% a causa dell’invecchiamento delle infrastrutture di trasmissione. Per far fronte al problema, la Kenya Electricity Transmission Company (KETRACO), nel suo Piano Generale di Trasmissione 2023-2042, prevede la costruzione di 6.510 chilometri di linee di trasmissione e 18.866 megavolt-ampere di capacità di trasformazione. L’iniziativa è anche in linea con la prevista crescita della domanda di elettricità, che passerà da 12.985 gigawattora (GWh) nel 2022 a 36.291 GWh entro il 2042.

 

Kenya e Italia, partner anche nella transizione energetica

Nel marzo del 2025, nel corso del Berlin Energy Transition Dialogue, è stato siglato un accordo di collaborazione tra Italia e Kenya per la promozione della transizione energetica, con particolare attenzione all’idrogeno verde e ai biocarburanti sostenibili. Gli elementi chiave dell’intesa includono trasferimento tecnologico e attività di formazione nell’ambito delle energie rinnovabili, dell’idrogeno verde e dell’efficienza energetica; il miglioramento dell’efficienza energetica e la produzione sostenibile di energia geotermica; lo sviluppo di biocarburanti da rifiuti, prodotti senza impatto per gli ecosistemi, l’agricoltura e gli allevamenti; la promozione di attività relative alla Osservazione della Terra (Earth Observation), disciplina che consente di raccogliere dallo spazio dati relativi al pianeta finalizzate a raccogliere informazioni per la transizione energetica.

 

Le dinamiche dell’interscambio con l’Italia

Le relazioni economiche tra Roma e Nairobi sono caratterizzate da un progressivo rafforzamento. Secondo i dati elaborati sui primi mesi del 2026, l’Italia si posiziona come il 21° fornitore del Paese africano, mantenendo un posizionamento competitivo rispetto ad altri partner europei quali Germania, Regno Unito e Francia. Sul fronte opposto, la Penisola rappresenta la 23a destinazione per le esportazioni keniane. L’interscambio complessivo evidenzia una chiara traiettoria di crescita, attestandosi a 280 milioni di euro nel 2025, in aumento del 34% rispetto all’anno precedente, con un saldo della bilancia commerciale a favore dell’Italia per 38 milioni.

L’interscambio riflette le diverse vocazioni economiche: le esportazioni del Paese africano si concentrano su prodotti agricoli di rilevanza, in particolare caffè, tè e colture ortofrutticole. L’offerta italiana risponde alla crescente domanda di macchinari, apparecchiature industriali, tecnologie per la transizione energetica e soluzioni infrastrutturali, elementi fondamentali per assecondare i piani di modernizzazione e di industrializzazione locale. L’export italiano è anche dominato dai prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e dall’ampio comparto chimico e plastico.

Questa sinergia trova espressione tangibile nelle progettualità del Piano d’Azione Italia-Kenya 2026-2029 e del Piano Mattei, che elevano il rapporto bilaterale a partenariato strategico e inquadrano il Kenya come un partner imprescindibile per la transizione ecologica e lo sviluppo condiviso. Le iniziative congiunte spaziano su molteplici fronti. Un ruolo di rilievo è ricoperto dallo sviluppo di una filiera agricola dedicata alla produzione di biocarburanti avanzati, con l’obiettivo di trasformare cinquecentomila tonnellate annue di semi oleosi attraverso una raffineria dedicata, destinata a coinvolgere e contrattualizzare decine di migliaia di agricoltori. Sul fronte ambientale, importanti risorse sono state indirizzate alla rigenerazione dell’ecosistema forestale della Cherangany Water Tower e alla creazione di reti idriche e pozzi fotovoltaici per garantire la sicurezza delle comunità nelle contee aride del nord.

Il partenariato si estende inoltre all’alta tecnologia aerospaziale. Accanto all’annuncio del restauro e dell’aggiornamento del Centro Spaziale Luigi Broglio di Malindi, concepito per il lancio di micro-satelliti per l’osservazione climatica, trovano spazio programmi di formazione avanzata per centinaia di giovani professionisti africani. La cooperazione si sostanzia, infine, in un deciso supporto al tessuto finanziario locale e include l’intervento diretto delle Istituzioni italiane per garantire l’accesso al credito agevolato per le piccole e medie imprese, facilitando l’integrazione delle filiere e promuovendo investimenti ad alto impatto sociale in una logica di partenariato paritario e duraturo.

Corridoio di LAPSSET: il porto di Lamu offre l’accesso al mare a Sud Sudan ed Etiopia

Il corridoio LAPSSET, acronimo di Lamu Port-South Sudan-Ethiopia Transport Corridor, è uno dei progetti infrastrutturali di più ampio respiro dell’Africa orientale: collegando il porto costiero keniano di Lamu al Sud Sudan e all’imponente mercato costituito dall’Etiopia, punta infatti a spostare verso il nord il centro di gravità economico della regione, attraverso una rete integrata di migliaia di chilometri di strade, ferrovie, oleodotti, aeroporti e zone industriali. Non si tratta quindi solo di logistica, ma di un’iniziativa a lungo termine per rimodellare i flussi commerciali, ridurre la dipendenza dai porti tradizionali come Mombasa e Gibuti e sbloccare il potenziale economico di aree a lungo trascurate nei piani di sviluppo regionale.

A livello regionale, il progetto è sostenuto dall’Unione Africana, che inquadra il LAPSSET come parte di un più ampio sforzo per migliorare il commercio intra-africano e la connettività regionale. Tuttavia, a quasi quindici anni di distanza, i progressi del progetto sono disomogenei: mentre alcune parti della rete portuale e autostradale sono operative, componenti critiche come l’oleodotto e la ferrovia rimangono incomplete a causa di ritardi nei finanziamenti, lacune nella governance e rischi per la sicurezza che continuano a limitare il pieno potenziale del corridoio.

 

Intervista all’Ambasciatore d’Italia in Kenya, Vincenzo Del Monaco

 

Ambasciatore, può parlarci delle attività italiane in Kenya anche alla luce del Piano Mattei?

Le relazioni che legano Italia e Kenya da oltre sessant’anni sono una storia di rispetto reciproco, di fiducia partecipata e di una visione sovente condivisa. Le attività italiane continuano a dare prova di sapersi sviluppare in modo coerente con l’evolversi delle priorità ed esigenze del Kenya e del rapporto bilaterale. Un’invidiabile capacità di adattamento e al tempo stesso la spiccata propensione verso sfide future: dalla cooperazione allo sviluppo, alla collaborazione in campo spaziale e adesso anche nel Tech.

Il Piano Mattei per l’Africa rappresenta il carburante ad alti ottani per lo sviluppo delle nostre attività. Ci offre una cornice strategica particolarmente apprezzata dalle Autorità keniane, credibile e concreta. Nel Piano Mattei, il Kenya è sempre il nominativo e mai l’accusativo. Ciascuna progettualità è legata al prefisso derivativo “co”: co-ideazione, co-progettazione, co-decisione. I progetti che rientrano in esso hanno un respiro importante, sono trasformativi: dalla produzione di biocarburanti di ENI all’Hub dell’Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo o le attività della Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Ma il Piano rappresenta altresì un grandangolo politico, con una prospettiva sulle opportunità che il Kenya offre: dalle grandi infrastrutture alla catena del valore del caffè, dall’energia ai servizi avanzati. Prospettive “catturate” all’interno del Piano d’azione triennale lanciato a Roma lo scorso 20 aprile dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni e dal Presidente della Repubblica del Kenya William Samoei Ruto, che eleva la cooperazione bilaterale a partenariato strategico.

 

Quali nuovi spazi o settori si stanno aprendo per le imprese italiane?

Vi è innanzitutto uno spazio geografico che il Kenya apre alle nostre imprese: quello dell’Africa. Nairobi è la capitale finanziaria del Continente. È la capitale onusiana del Sud Globale. Il ruolo geopolitico del Paese ne fa naturalmente una porta di accesso per l’entroterra africano.

Penso, in secondo luogo, ad uno spazio demografico. Il Paese contava su 6 milioni di cittadini nel 1963. Ne sono circa 58 milioni oggi (il 70% della popolazione ha meno di 35 anni), potrebbero tagliare la soglia dei 100 milioni nel 2050. Al netto del significato del tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo, una serie di priorità nazionali rappresenta un dato oggettivo e ineludibile. Ad esempio, come accompagnare l’impetuoso percorso di urbanizzazione, che si traduce nell’urgente necessità di realizzare infrastrutture di ogni tipo, dalle strade alle scuole, agli ospedali. Il Kenya sta ridisegnando la propria ossatura fisica, con grandi progetti infrastrutturali – autostrade, aeroporti e corridoi regionali – che ne rafforzano il  ruolo di porta d’accesso all’Africa orientale e Centrale. L’espansione della Standard Gauge Railway verso Malaba ne è un esempio emblematico. Si aprono spazi concreti per competenze ingegneristiche, tecnologie avanzate e servizi ad alto valore.

Anche nel settore energetico, che dovrà alimentare centri urbani sempre più grandi, assecondare lo sviluppo industriale e sostenere l’innovazione, a partire dai datacenter. Emergono sfide ma anche opportunità. Nonostante oltre l’80% dell’elettricità provenga da fonti rinnovabili, persistono criticità legate alla stabilità della rete, alla trasmissione e ai sistemi di accumulo.

Il Paese è destinato ad aprire un enorme cantiere. Occorreranno sforzi creativi per immaginare partenariati pubblico-privati, per attrarre capitali, stringere alleanze. E come Italia abbiamo il privilegio di poter contare sugli “animal spirits” dei nostri imprenditori, sulla tenacia e duttilità del nostro reticolo di PMI. Le Autorità keniane lavorano per portare il Kenya nel giro di pochi anni da Paese a reddito medio-basso a medio-alto: in prospettiva aumenteranno i consumi e le nostre esportazioni potranno contare anche sul progressivo abbassamento dei dazi grazie all’accordo di partenariato economico UE-Kenya, il solo al momento pienamente in vigore tra Bruxelles e un Paese africano.

La demografia accelera anche l’innovazione digitale e le opportunità per i nostri ecosistemi. Nairobi, la “Silicon Savannah”, è oggi un hub dove digitale, fintech e startup crescono a ritmo sostenuto. Non si tratta di promesse o prospettive, ma di realtà concrete. Eventi come il Nairobi AI Forum dello scorso febbraio, appuntamenti prossimi come GITEX Africa o il progetto di sbraccio sottomarino del Blue Raman confermano l’ambizione del Paese di consolidare il proprio ruolo di apripista a livello africano nelle tecnologie emergenti. Si tratta di opportunità anche per il sistema italiano della ricerca e dell’università.

Una menzione specifica al settore spaziale. Una collaborazione bilaterale presso il Centro “Luigi Broglio” di Malindi che si aggiorna costantemente. La Base, la sola italiana nel mondo, affidata all’Agenzia Spaziale Italiana, è destinata ad ospitare un centro di formazione straordinariamente importante per l’intera Africa, ove si consideri che la space economy oggi vale oltre 20 miliardi di euro.

 

In occasione della visita del Presidente Ruto in Italia si è svolto il Business Forum Italia–Kenya: che cosa significa per le imprese italiane?

La sintesi del Business Forum l’ha plasticamente offerta il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani: il Sistema Italia è presente a Nairobi, sostiene le imprese che già qui operano e quelle che intendono affacciarsi al mercato keniano. La partecipazione di oltre 200 aziende italiane in sala e di circa altrettante imprese keniane la interpreto come il termometro dell’interesse per le opportunità e le potenzialità del mercato africano, a partire dai settori dell’energia, delle infrastrutture, l’agroindustria e le nuove tecnologie. Non si tratta di dipingere un quadro “latte e miele”; le complessità non mancano, ma prevalgono nettamente le storie di successo sia nel campo del commercio, sia dei servizi, sia degli investimenti Tricolore in Kenya.

Il Business Forum ha anche inviato un forte messaggio di sostegno del Presidente Ruto alle imprese italiane in Kenya, dove la manodopera è qualificata e le nuove generazioni istruite e particolarmente abili nel campo delle nuove tecnologie.

In concreto, le priorità keniane spaziano dall’agribusiness, ad esempio, per ridurre le perdite post-raccolta attraverso il rafforzamento della catena del freddo, migliori sistemi di stoccaggio e trasformazione, oltre a una maggiore meccanizzazione e accesso al credito. In ambito infrastrutturale, sono necessarie competenze nella progettazione, nella fornitura di materiali all’avanguardia, servizi di ingegneria, formazione tecnica e capacità di strutturare partenariati pubblico-privati e strumenti di finanza mista. Sul fronte energetico, si aprono opportunità nel campo dello sviluppo di smart grid, minireti, soluzioni solari distribuite e la modernizzazione complessiva della rete. Aggiungerei le opportunità nel settore farmaceutico e della produzione di vaccini.

In questo quadro si inserisce anche il programma di cooperazione italo-keniano per lo sviluppo della filiera della pelle, in fase di finalizzazione, che punta a modernizzare il comparto conciario locale attraverso il trasferimento di tecnologia e know-how italiani, aprendo ulteriori opportunità per le imprese della filiera e rafforzando il ruolo dell’Italia nello sviluppo industriale sostenibile dell’Africa orientale.

La stabilità interna del Kenya, il sistema democratico basato sulla tradizionale separazione dei poteri, la posizione geografica tra Mombasa e il Lago Vittoria, il ruolo a livello regionale e continentale sono emersi tutti come fattori importanti ai fini della valutazione sul rischio d’impresa.

Il valore aggiunto altresì emerso dal Forum è la presenza attiva del sistema Italia nel Paese, al lavoro per accompagnare in modo sempre più concreto le imprese. Dalla “Guida alle opportunità per le aziende italiane” della nostra Ambasciata in collaborazione con l’Ufficio ICE di Nairobi, agli strumenti finanziari di SIMEST e SACE dedicati all’Africa, dall’offerta integrata di Cassa Depositi e Prestiti al “Bando Profit” dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), le aziende italiane possono oggi contare su un ecosistema strutturato e coordinato.

 

Quali prodotti/servizi italiani possono beneficiare della crescita della classe media keniana?

La crescita della classe media urbana keniana sta ridefinendo gusti, consumi e aspirazioni, aprendo spazi sempre più interessanti per i prodotti e i servizi italiani. La domanda si orienta verso qualità, design e stili di vita internazionali: un terreno naturale per il Made in Italy.

L’interscambio tra Italia e Kenya nel 2025 è aumentato del 34%. Nel comparto agroalimentare cresce l’interesse per i prodotti premium e per l’esperienza del “vivere italiano”, con il vino in prima linea, le cui importazioni dal nostro Paese sono cresciute dell’8,6% nel 2025. Questa dinamica è sostenuta anche da eventi dedicati che favoriscono l’incontro tra produttori e consumatori. Ne è un esempio il Top Italian Wine Roadshow promosso dal Gambero Rosso, al quale l’Agenzia ICE di Nairobi e la nostra Ambasciata hanno collaborato lo scorso febbraio, che ha coinvolto oltre 500 partecipanti, 42 cantine italiane e circa 80 incontri B2B.

Anche la moda continua a rappresentare un terreno di convergenza. Il crescente interesse della società keniana per il Made in Italy è testimoniato, ad esempio, dal successo dell’Ethical Fashion Initiative, finanziata dal MAECI attraverso AICS. Un programma che ha coinvolto circa 2.500 artigiani e designer – soprattutto donne e giovani di comunità marginalizzate – accompagnandoli lungo un percorso di formazione e integrazione nelle catene globali della moda e tirocini presso importanti aziende italiane del settore.

Ove si consideri la coltivazione su larga scala di fiori nel Paese, volentieri incoraggerei e sosterrei una riflessione da parte del settore della cosmetica e della profumeria italiana.

Vi è poi la domanda di tecnologia in costante crescita. Il Kenya non cerca solo prodotti, ma soluzioni e sempre più spesso intende partecipare al processo sul disegno delle soluzioni. Per le imprese italiane questo si traduce in opportunità tangibili in ambiti come data center modulari, infrastrutture energetiche per il calcolo, agritech e sanità digitale. In altre parole, non solo esportazione di prodotti, ma co-creazione di valore in un mercato in piena evoluzione.

Quali suggerimenti darebbe a chi si approccia per la prima volta al Kenya?

Le nostre imprenditrici e i nostri imprenditori sono persone di grande talento. Dallo scambio con loro ne esce arricchito l’intero Sistema Italia in Kenya. Suggerirei forse di approfondire assieme gli strumenti che come Paese mettiamo a disposizione delle imprese, che qui esistono grazie all’Agenzia ICE, a SIMEST, a SACE, a CDP o AICS. Abbiamo una rete in campo economico che si nutre anche della presenza de Il Sole 24 Ore e della Fondazione MedOr. Stiamo lavorando parimenti alla costituzione di una Camera di Commercio italiana, strumento formidabile nel guidare le imprese anche attraverso gli aspetti meno evidenti e complessi del mercato africano.

In collaborazione con ICE abbiamo predisposto un programma promozionale che prevede la partecipazione a fiere significative, di respiro regionale, sull’intelligenza artificiale, sul packaging, sulla meccanizzazione agricola o le costruzioni e materiali edili. Saremo lieti di illustrarle alle nostre imprese e incoraggiarne la partecipazione.

 

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