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La spinta manifatturiera dell’Africa Orientale nello scenario di libero scambio continentale

La spinta manifatturiera dell’Africa Orientale nello scenario di libero scambio continentale
La spinta manifatturiera dell'Africa Orientale nello scenario di libero scambio continentale

L’Africa Orientale è oggi una delle macro-regioni più dinamiche e resilienti dell’intero continente africano. In un contesto globale segnato da incertezze, frammentazioni geopolitiche e repentini aumenti dei costi logistici, l’economia della regione ha dimostrato una notevole solidità.

Nel 2025, la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) è stata stimata al 6,6%, distinguendosi come una delle performance più brillanti del continente. Le proiezioni indicano per il 2026 una lieve decelerazione al 5,9%, imputabile principalmente alle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali e al conseguente incremento dei prezzi di energia e fertilizzanti, ma le stime del mercato prevedono un rimbalzo al 6,4% per il 2027. Questa dinamica positiva è ampiamente sostenuta dalle eccellenti prestazioni di diversi Paesi trainanti; Gibuti, Etiopia, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Uganda dovrebbero registrare tassi di espansione economica superiori al 5% sia nel 2026 che nel 2027, spinti dai progressi nei settori dell’agricoltura, dell’estrazione mineraria, dei servizi e delle esportazioni.

Nonostante questi segnali di vitalità, permangono lacune strutturali che rallentano lo sviluppo e la transizione socioeconomica. Essendo composta in larga misura da Paesi importatori netti di idrocarburi, la regione sconta una forte vulnerabilità agli shock esogeni, considerando che la maggior parte dei prodotti petroliferi raffinati e dei fertilizzanti proviene dall’estero. Tale dipendenza incide su una delle principali criticità dell’area, cioè un ritmo di trasformazione economica ancora troppo lento, soprattutto in ambito agricolo. A livello continentale, secondo l’ultimo African Economic Outlook della Banca Africana di Sviluppo (AfDB), il comparto agricolo impiega circa la metà della popolazione adulta ma risulta essere il 60% meno produttivo rispetto al complesso dell’economia; una dinamica strutturale che si ripropone pesantemente anche in Africa Orientale, limitando di fatto i margini di creazione di posti di lavoro formali e trattenendo vaste fasce della forza lavoro in attività a bassa redditività.

Per superare questi limiti e accelerare il processo di industrializzazione, i Governi e le Istituzioni locali stanno orientando gli investimenti verso settori strategici, puntando a diversificare le catene del valore e a ridurre la forte dipendenza dalle importazioni extra-continentali. Di primissimo piano per il futuro industriale della regione sono i grandi progetti infrastrutturali volti a garantire la sicurezza energetica e agricola locale. Durante il vertice “The Africa We Build” svoltosi quest’anno a Nairobi, sono stati annunciati gli ambiziosi Piani per la costruzione di una raffineria di petrolio con una capacità di 650.000 barili al giorno. Parallelamente, in Etiopia, è in fase di sviluppo una partnership strategica per un impianto di fertilizzanti a base di urea del valore di 2,5 miliardi di dollari nella regione di Gode, concepito per soddisfare la crescente domanda interna e proteggere la catena alimentare dalle fluttuazioni dei prezzi internazionali. Altro asse prioritario è quello dei trasporti, con iniziative volte a favorire fonti e mezzi alternativi: l’Uganda, ad esempio, ha avviato la produzione di autobus elettrici per il trasporto pubblico allo scopo di abbattere la dipendenza dai combustibili fossili, mentre in Etiopia le Autorità hanno imposto nel 2024 il divieto di importazione di veicoli a benzina e diesel per contenere i deflussi di valuta legati all’acquisto di carburanti e limitare l’inquinamento atmosferico.

Un forte dinamismo si registra poi nel commercio intra-africano. A fronte di una quota del continente nel commercio globale che resta tuttora marginale (intorno al 3%), gli scambi interni all’Africa hanno compiuto passi da gigante raggiungendo i 206,6 miliardi di dollari. Questo traguardo ha innalzato la loro incidenza al 15,3% del commercio totale, testimoniando i primi concreti frutti dell’implementazione dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA). All’interno di questo scenario di crescente scambio, sempre secondo i dati dell’Economic Outlook dell’AfDB, l’Africa Orientale si ritaglia un ruolo di primo piano, contribuendo per il 14,5% ai flussi commerciali intra-continentali. L’integrazione del blocco orientale appare particolarmente solida e matura, guidata non dall’esportazione di sole risorse grezze, bensì da una crescente vocazione manifatturiera e tecnologica. Le economie votate all’esportazione di materie prime agricole trasformate si stanno rivelando i veri propulsori di uno sviluppo integrato. Il Kenya, sostenuto dalle massicce esportazioni di tè e prodotti ortofrutticoli, indirizza ben il 40,4% del proprio export verso i vari partner africani. Dinamiche molto simili si osservano in Tanzania, che immette oltre il 35% dei propri beni nel mercato del continente.

Tale processo virtuoso è stato notevolmente accelerato dalla riduzione delle barriere tariffarie all’interno della Comunità dell’Africa Orientale (EAC), un’iniziativa che ha incentivato su larga scala la libera circolazione di beni agricoli e prodotti lavorati, a cui si uniscono le possibilità di commercio offerte dal più ampio Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA). Il progressivo sviluppo di industrie di trasformazione alimentare a livello locale e l’aumento della domanda interna stimolata dai blocchi doganali come l’EAC e il COMESA, a loro volta, sono fattori essenziali per la creazione di rotte commerciali endogene capaci di resistere maggiormente agli shock mondiali.

Tuttavia, affinché questa opportunità si trasformi in una prosperità radicata e di lungo periodo, risulta imprescindibile un deciso miglioramento nell’efficienza istituzionale. Molti Paesi della regione sono chiamati a rafforzare lo spazio fiscale interno attraverso l’espansione della base imponibile e la digitalizzazione dell’amministrazione tributaria. Solo mobilitando maggiori capitali domestici sarà possibile finanziare adeguatamente la transizione tecnologica e i grandi Piani di sviluppo infrastrutturale senza incorrere in nuove crisi debitorie.

 

Infrastrutture digitali: l’estensione del cavo sottomarino Blue-Raman accorcia le distanze tra Europa e Africa Orientale

L’Unione Europea ha recentemente stanziato 37 milioni di euro per finanziare l’estensione del sistema di cavi sottomarini Blue-Raman nell’Africa Orientale. Questo investimento si inserisce all’interno di un pacchetto da 139 milioni di euro destinato allo sviluppo delle infrastrutture digitali per accelerare la trasformazione tecnologica della regione.

Il progetto originario Blue-Raman, presentato nel 2021, è il frutto di una collaborazione internazionale che vede in prima linea l’azienda italiana di telecomunicazioni Sparkle, affiancata da partner tecnologici globali come Google. Con una lunghezza complessiva di circa 12.700 chilometri, questa infrastruttura strategica, basata su un modello ad accesso aperto, è stata concepita per creare una nuova rotta per il traffico internet tra l’Europa e l’India attraverso il Medio Oriente, migliorando significativamente la resilienza della rete globale.

Il ramo finanziato dalle Istituzioni europee, che si iscrive nella cornice della strategia Global Gateway e dell’iniziativa Corridoio Digitale UE-Africa-India, prolungherà il cavo dall’attuale snodo africano di Gibuti fino a toccare le coste di Somalia, Kenya e Tanzania. Si tratta di un’espansione assai importante per una macro-regione in cui la penetrazione di Internet risulta ancora limitata, attestandosi nel 2024 al 35% in Kenya, al 31,2% in Tanzania e ad appena il 27,9% in Somalia.

Secondo le stime elaborate dalla Banca Mondiale, il raddoppio della capacità dei cavi sottomarini nel continente africano comporta mediamente una riduzione dei prezzi del 7% per la banda larga fissa e del 13% per quella mobile. Previsioni ancor più incoraggianti provengono dalla Fondazione per gli Studi e la Ricerca sullo Sviluppo Internazionale (FERDI), la quale calcola che un tale incremento della connettività internazionale possa generare cali tariffari immediati del 32% per le reti fisse e fino al 50% per le connessioni mobili. La riduzione dei costi, inoltre, non sarebbe solo fine a sé stessa ma potrebbe contribuire a superare uno dei maggiori ostacoli all’adozione del digitale nella regione. Secondo l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), un pacchetto dati mobile da 5 GB costa l’equivalente del 4,1% del reddito nazionale lordo pro capite in Kenya, il 4,79% in Tanzania, il 4% in Somalia e il 5,74% a Gibuti. Per la banda larga fissa, le percentuali salgono fino al 12,3% in Kenya, al 28% in Tanzania, al 50% in Somalia e al 5,26% a Gibuti. Il parametro di riferimento per l’accessibilità economica stabilito dall’ITU è del 2%.

 

Verso un turismo integrato: il nuovo marchio unico dell’Africa Orientale

Per consolidare il proprio posizionamento globale, la Comunità dell’Africa Orientale (EAC) ha creato il marchio unificato “Visit East Africa: Feel the Vibe”. L’iniziativa contribuisce a promuovere il turismo multi-destinazioni e le esperienze di viaggio transfrontaliere senza soluzione di continuità, per consentire ai ​​visitatori di esplorare le attrazioni interconnesse della regione, valorizzando in modo coeso un patrimonio che spazia dai grandi safari naturalistici alle spiagge incontaminate dell’Oceano Indiano. Il programma può influire in modo significativo sui singoli Paesi, poiché il settore turistico è una pietra angolare per le economie locali. Forte di una notevole ripresa post-pandemica, la macro-regione ha registrato 8,5 milioni di arrivi internazionali nel 2024 e punta a superare la soglia degli 11 milioni entro il 2027. A sostegno di questa espansione, oltre a nuove politiche di esenzione dai visti e al potenziamento delle reti aeree, le Istituzioni regionali – con il supporto dell’Unione Europea – stanno implementando criteri comuni di classificazione per le strutture alberghiere e programmi per lo sviluppo del turismo sostenibile.

 

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