L’Artico non è più un confine remoto dell’immaginario degli esploratori del secolo scorso, ma una frontiera strategica di sfide globali che coinvolgono direttamente anche il Mediterraneo. Con il documento “La politica artica italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”, presentato il 16 gennaio 2026 sulla scia della creazione del Comitato Scientifico per l’Artico e del Tavolo Artico (che riunisce Ministeri, aziende ed enti interessati alla regione), il nostro Paese ha definito una strategia chiara. Il documento riconosce come i cambiamenti in atto tra i ghiacci abbiano effetti diretti su clima, sicurezza ed economia nazionale. Non si tratta quindi di una questione di distanza geografica, ma di interconnessione: l’Italia mira a rafforzare il proprio ruolo nel Grande Nord attraverso la diplomazia scientifica, la tutela della stabilità e lo sviluppo tecnologico, forte anche di un’attenzione storica verso questa regione, fin dall’era dei grandi esploratori.
Il nuovo scacchiere della sicurezza
Per decenni l’Artico è stato percepito come una regione relativamente stabile e priva di forti tensioni. Oggi questo equilibrio si è incrinato. L’invasione russa dell’Ucraina ha segnato una frattura profonda, con una crescente militarizzazione dell’area e la temporanea sospensione (2022-2023) delle attività politiche del Consiglio Artico, forum istituito per promuovere cooperazione, coordinamento e interazione tra Paesi artici, comunità indigene e altri popoli della regione. Anche l’Italia, pur essendo un Paese mediterraneo, guarda con attenzione a queste dinamiche: il rafforzamento dell’asse Russia-Cina e l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella NATO stanno infatti ridefinendo gli equilibri storici della regione, con possibili ripercussioni sull’intero continente europeo.
La sicurezza artica è ormai legata alla stabilità euro-atlantica. L’Italia non prevede lo sviluppo di una presenza militare autonoma, ma intende contribuire alle iniziative multilaterali di difesa e prevenzione delle crisi, in ambito NATO e UE. In questo quadro, l’obiettivo è la tutela delle infrastrutture critiche, incluse quelle sottomarine e spaziali, e il mantenimento della libertà di navigazione nel rispetto dell’UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare), in un contesto di crescente competizione tra potenze. Tali attività richiedono l’integrazione di capacità marittime, aeree e cibernetiche. L’impegno della Difesa italiana nella regione artica e subartica risponde quindi a una duplice esigenza: da un lato contribuire alla sicurezza collettiva, dall’altro sviluppare competenze operative in ambienti estremi e sostenere le attività civili e scientifiche nazionali. A tal fine, lo Stato Maggiore della Difesa ha istituito un Comitato di indirizzo interforze sull’Artico, Subartico e Antartide, al quale partecipano assetti di Esercito, Marina e Aeronautica, incaricato di coordinare le iniziative nei diversi domini operativi.
La scienza come bussola del cambiamento
La ricerca scientifica rappresenta il pilastro storico e operativo della presenza italiana nell’Artico, uno strumento di “scienza per la diplomazia”, che ha contribuito al conseguimento dello status di Osservatore nel Consiglio Artico nel 2013. L’attività italiana si concentra sulla comprensione dei cambiamenti climatici, in un’area in cui il riscaldamento procede a una velocità tripla o quadrupla rispetto alla media globale (fenomeno noto come amplificazione artica).
Il principale punto di riferimento operativo è la stazione di ricerca “Dirigibile Italia” a Ny-Ålesund, nelle Isole Svalbard, gestita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) dal 1997. A questa si affianca l’osservatorio atmosferico THAAO in Groenlandia, attivo dal 1990. Il coordinamento della ricerca nazionale è affidato al Programma di Ricerche in Artico (PRA), che coinvolge i principali enti scientifici italiani – CNR, ENEA, INGV e OGS – insieme alla Marina Militare, attraverso l’Istituto Idrografico, e al programma “High North”.
Le attività di ricerca seguono le principali linee guida internazionali: osservare, comprendere, rispondere e rafforzare. Particolare attenzione è rivolta alle teleconnessioni climatiche, ovvero all’impatto dei cambiamenti artici sul clima del Mediterraneo, e alla gestione dei dati tramite l’Italian Arctic Data Centre (IADC), secondo i principi FAIR di accessibilità e condivisione. L’Italia partecipa inoltre alle Arctic Science Ministerial (ASM), promuovendo la formazione di nuove generazioni di scienziati polari e la collaborazione con le popolazioni indigene per integrare le conoscenze tradizionali nei modelli scientifici.
L’economia blu e la sfida tecnologica
L’Italia approccia l’economia blu nell’Artico attraverso un modello di sviluppo che coniuga eccellenza industriale e protezione di un ecosistema fragilissimo. L’Artico non è solo una nuova frontiera commerciale, ma anche un laboratorio per l’innovazione sostenibile. Il contributo nazionale si articola in diverse filiere ad alto valore tecnologico, coordinate per rispondere alle sfide poste dal riscaldamento globale e dalla crescente accessibilità della regione.
La leadership italiana si manifesta innanzitutto nella cantieristica specializzata. Fincantieri, attraverso la controllata norvegese Vard, è un punto di riferimento mondiale nella progettazione di navi “ice-class”. Queste unità non sono solo mezzi di trasporto, ma piattaforme tecnologiche complesse, dotate di sistemi di propulsione ibrida e soluzioni per ridurre l’impatto acustico e le emissioni, in linea con il Polar Code dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). Un esempio d’eccellenza è la nave rompighiaccio da ricerca “Laura Bassi”, l’unica nave italiana certificata per la navigazione polare, essenziale per lo studio degli ecosistemi marini, della biodiversità e della sicurezza della navigazione.
Il settore energetico vede una trasformazione radicale della presenza italiana. Se storicamente l’interesse era focalizzato sugli idrocarburi – con ENI impegnata nel giacimento Goliat nel rispetto di rigorosi standard ambientali – oggi il baricentro si è spostato verso la decarbonizzazione e le rinnovabili. L’Italia mette a disposizione la propria competenza nella geotermia: il Memorandum d’intesa siglato nel 2024 con l’Islanda mira a esportare il know-how di Enel Green Power per lo sviluppo di sistemi energetici a basse emissioni. Inoltre, si esplorano le potenzialità dell’idrogeno verde e delle tecnologie per la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (CCS), fondamentali per rendere le attività umane nell’estremo Nord compatibili con gli obiettivi climatici globali.
Un ambito di crescita esponenziale è la dimensione underwater. Le aziende italiane, come Saipem e il polo della subacquea di La Spezia, sono all’avanguardia nella robotica marina e nei sensori per il monitoraggio delle infrastrutture sottomarine. In un Artico attraversato dalla posa di nuovi cavi in fibra ottica per collegare Europa, Asia e America, l’Italia contribuisce con tecnologie per la protezione di questi “nervi scoperti” della globalizzazione e per il monitoraggio dei fondali, essenziale per prevenire disastri ambientali.
Infine, il contributo italiano passa per lo spazio. Grazie alla costellazione Cosmo-SkyMed e alle competenze di e-Geos (ASI/Telespazio), l’Italia fornisce dati radar ad alta precisione per il monitoraggio dei ghiacci e delle rotte marittime. Questo servizio è vitale per la sicurezza della navigazione (Search and Rescue – SAR) e per la sorveglianza contro l’inquinamento da idrocarburi. Leonardo gioca un ruolo chiave nella gestione delle emergenze attraverso progetti come ARCSAR, che uniscono protezione civile e innovazione tecnologica, per garantire che l’apertura delle nuove rotte artiche non si traduca in un rischio inaccettabile per l’ambiente e la vita umana.
La strategia italiana si fonda sul dialogo e su un multilateralismo attivo, volto a prevenire possibili escalation. In quest’ottica, la partecipazione al Consiglio Artico e ai principali Forum internazionali conferma il posizionamento dell’Italia nella governance della regione. La decisione di ospitare nel 2026 a Roma l’Arctic Circle Forum – Polar Dialogue, presso il CNR, conferma il ruolo della diplomazia scientifica italiana, orientata a rafforzare il dialogo internazionale e a coinvolgere opinione pubblica e nuove generazioni.
Arctic Circle Forum, focus sul Terzo Polo
La più che trentennale esperienza italiana nel cosiddetto Terzo Polo, l’area montuosa dell’Hindu Kush–Karakorum–Himalaya, è stata al centro dell’Arctic Circle Forum, ospitato il 3 e 4 marzo presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma. Le due sessioni organizzate da Associazione EvK2CNR, CNR e partner internazionali hanno evidenziato il valore strategico della presenza italiana in Asia centrale, sottolineando come la scienza possa diventare uno strumento di dialogo e stabilità in una regione cruciale per il clima globale e la sicurezza idrica.
La prima sessione, dedicata alla diplomazia scientifica, ha messo in luce la collaborazione con il Pakistan, considerata un modello di cooperazione climatica di lungo periodo, anche grazie alla partecipazione di rappresentanti istituzionali italiani e pakistani. Con oltre 13.000 ghiacciai, il Pakistan rappresenta uno dei principali serbatoi di acqua dolce al mondo al di fuori delle regioni polari. In questo contesto EvK2CNR ha promosso progetti di rilievo, tra cui il primo inventario completo dei ghiacciai del Paese, il laboratorio Spantik, previsto per il 2025 sul ghiacciaio Chogo Lungma, e il programma “Water for Development”, che integra ricerca e interventi concreti per la resilienza climatica. Accanto alla ricerca, sono stati avviati percorsi di formazione locale e iniziative di sviluppo sostenibile, contribuendo anche alla tutela del K2 e del suo ecosistema.
La seconda sessione ha acceso i riflettori sul Laboratorio-Osservatorio Piramide, infrastruttura scientifica situata a 5.050 metri nel Parco Nazionale del Sagarmatha, ai piedi del Monte Everest. Attivo dal 1990, il centro rappresenta una piattaforma internazionale per lo studio dei cambiamenti climatici in alta quota e ospita il Nepal Climate Observatory, parte della rete globale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO).
Dalla climatologia alla glaciologia, fino alla medicina d’alta quota, la Piramide si conferma una sentinella avanzata del clima globale. La presenza italiana al forum dimostra come la ricerca scientifica possa tradursi in cooperazione, sviluppo e sicurezza, rafforzando il ruolo dell’Italia nello studio e nella tutela dei grandi equilibri ambientali del pianeta.