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Norvegia, il paradosso della transizione energetica finanziata dagli idrocarburi

Norvegia, il paradosso della transizione energetica finanziata dagli idrocarburi
Norvegia, il paradosso della transizione energetica finanziata dagli idrocarburi

La Norvegia consolida la propria posizione di mercato resiliente e strategico all’interno dello scacchiere scandinavo, grazie a una stabilità istituzionale e a un’integrazione profonda nel mercato interno attraverso l’Accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE), il quale garantisce la libera circolazione di merci e capitali pur in assenza di una piena adesione all’Unione Europea (UE).

Il Paese vanta anche primati significativi a livello europeo: occupa le prime posizioni mondiali per facilità di fare affari e per lo sviluppo dell’ambiente economico, risultando inoltre in cima alle classifiche continentali per la diffusione dell’inglese, il livello di digitalizzazione e le competenze digitali della popolazione. Tale ecosistema è sostenuto da un sistema universitario che privilegia il pensiero critico e un approccio problem-solving, garantendo una forza lavoro altamente qualificata.

Tuttavia, nonostante un benessere diffuso, la solidità del modello norvegese deve confrontarsi con squilibri strutturali nel comparto residenziale. L’aumento dei prezzi delle abitazioni, intensificatosi durante la pandemia, ha elevato i rischi per la stabilità macrofinanziaria a causa dell’alto indebitamento ipotecario delle famiglie e ha ridotto l’accessibilità agli alloggi per i nuovi acquirenti, costringendo una quota rilevante di locatari a destinare una parte eccessiva del reddito alle spese per l’alloggio.

Un pilastro fondamentale della ricchezza nazionale è rappresentato dal Government Pension Fund Global (GPFG), il più grande fondo sovrano al mondo, che al 31 dicembre 2025 aveva raggiunto un valore di mercato di circa 2.110 miliardi di dollari, con partecipazioni nell’1,5% delle società quotate globalmente. Il fondo è alimentato attraverso i surplus generati dall’estrazione di idrocarburi, che rimane la principale industria del Paese in termini di creazione di valore, entrate statali e investimenti. Nello specifico, i proventi dell’industria estrattiva norvegese vengono utilizzati anche per finanziare la transizione energetica del Paese. In effetti, se da un lato, l’industria dell’oil & gas rimane il pilastro dell’economia nazionale, dall’altro la Norvegia investe massicciamente nella cattura e nello stoccaggio del carbonio (CCS) e nell’eolico offshore, per colmare il gap tecnologico e ridurre l’impatto ambientale. La domanda interna di elettricità è peraltro attualmente coperta quasi interamente dalla produzione idroelettrica.

Questo modello presenta il vantaggio di disporre di capitali certi per l’innovazione, ma espone il Paese al rischio di una dipendenza prolungata dalle fonti fossili, che rimangono essenziali per sostenere il welfare e gli investimenti futuri. In questo contesto, settori come l’eolico off-shore, il fotovoltaico e le biomasse iniziano a ricevere crescenti incentivi governativi, con l’obiettivo di generare un giro d’affari nel comparto solare stimato tra i sei e gli undici miliardi di euro entro il 2030.

Sebbene non abbiano ancora avuto un impatto significativo sulla vita delle persone, i cambiamenti climatici hanno iniziato a manifestarsi in Norvegia. In particolare l’arcipelago delle Svalbard, situato a nord del Paese, è l’area più colpita, riscaldandosi sette volte più velocemente della media globale. Per quanto riguarda le risorse idriche che vanta la Norvegia, l’OCSE deplora che il 30% del volume d’acqua dolce vada perso a causa di una rete di distribuzione obsoleta, sottolineando l’urgenza di investimenti massicci nella modernizzazione delle infrastrutture idriche.

Nel settore logistico, il governo norvegese ha pianificato lo sviluppo del Paese attraverso il Piano Nazionale per i Trasporti 2025-2036, che prevede uno stanziamento di oltre 110 miliardi di euro. Il piano mira a modernizzare le infrastrutture attraverso una ripartizione che destina il 45% delle risorse alla rete viaria nazionale e il 41% alle ferrovie, con quote minori riservate ad aree urbane (8%), infrastruttura costiera (3%) e aeroporti (3%). La complessità tecnologica e i rigorosi requisiti di sicurezza imposti dalle Autorità norvegesi, unita alla necessità di ridurre le emissioni nei cantieri, aprono spazi significativi per subfornitori specializzati in soluzioni ad alto valore tecnologico e a basso impatto ambientale.

 

Rafforzamento delle sinergie industriali e traiettorie dell’interscambio commerciale

L’interscambio commerciale tra Italia e Norvegia riflette una solida complementarità economica e una crescente penetrazione dei prodotti italiani nei segmenti ad alto valore aggiunto. Nel 2025 l’Italia si è posizionata come il nono fornitore della Norvegia, con una quota di mercato pari al 3,4%, registrando una performance superiore a competitor quali la Francia (2,9%) e la Spagna (1,8%). Soprattutto, nel 2025 il Made in Italy ha registrato in Norvegia un aumento di oltre il 17% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la quota di quasi 2,6 miliardi di euro sul totale di circa sei miliardi dell’interscambio bilaterale.

Le esportazioni italiane sono trainate dai macchinari e dagli apparecchi meccanici, seguiti dai prodotti in metallo, chimici e autoveicoli. Particolarmente rilevante è il successo del settore agroalimentare che beneficia dell’elevato potere d’acquisto della popolazione locale e di gusti sempre più affinati: nonostante i dazi e l’esclusione del comparto dal regime di libero scambio del SEE, l’Italia detiene da tempo la leadership nel mercato dei vini rossi. I consumatori locali dimostrano anche un apprezzamento crescente per formaggi e salumi di qualità, che riescono a giustificare prezzi elevati (premium price) grazie alla percezione del valore del prodotto. Parallelamente, l’abbigliamento e l’arredamento risultano essere altri pilastri dell’export, sostenuti da una domanda interna che premia l’eccellenza del design.

Sul versante opposto, l’export norvegese verso l’Italia è quasi interamente dominato dal gas naturale, con Oslo che si conferma tra i primi cinque fornitori energetici della penisola. I dati previsionali per il 2026 indicano una tendenza positiva per gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) netti in entrata in Norvegia, stimati a 12,8 miliardi di dollari, a conferma di un mercato che continua ad attrarre capitali internazionali.

Il legame economico si estende anche al settore immobiliare e turistico: si osserva un numero crescente di cittadini norvegesi che acquistano case vacanze in Italia, trasformando il flusso turistico in un investimento di lungo periodo nella Penisola.

 

Non solo petrolio, è in Norvegia il più grande giacimento di terre rare di Europa

La notizia è di poche settimane fa: il contenuto totale stimato di ossidi di terre rare nel giacimento di Fen Carbonatite è aumentato, a seguito di più completi carotaggi, da 8,8 milioni di tonnellate nel 2024 a 15,9 milioni di tonnellate nel 2026 – un aumento di circa l’80% -, rafforzando le speranze di poter contare in futuro su una fornitura europea di minerali essenziali utilizzati nell’energia verde, nella difesa e nelle tecnologie avanzate

Il sito, attualmente in fase di sviluppo da parte di Rare Earths Norway, si trova nei pressi del villaggio di Ulefoss nella contea di Telemark, nella Norvegia meridionale. Circa il 19% degli ossidi identificati nel giacimento di Fen è costituito da neodimio e praseodimio (NdPr), due terre rare utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni. Questi magneti sono componenti essenziali nei motori elettrici e nelle tecnologie per le energie rinnovabili.

Il giacimento è anche considerevolmente più grande di altre risorse europee di terre rare note. Per fare un confronto, il giacimento di Per Geijer vicino a Kiruna, in Svezia, è stato stimato in circa 2,2 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare.

Rare Earths Norway prevede che la produzione inizierà verso la fine del 2031. L’azienda stima che la miniera potrebbe produrre circa 800 tonnellate di NdPr all’anno entro il 2032, coprendo circa il 5% della domanda di questi materiali dell’Unione Europea.

 

Torna ad agosto la Fiera dell’energia ONS

Si svolgerà dal 24 al 27 agosto 2026 la prossima edizione di ONS. Questo Forum globale sull’energia, che si tiene ogni due anni a Stavanger, in Norvegia, è da oltre 50 anni un luogo di incontro per rappresentanti governativi, politici di alto livello, pensatori globali e dirigenti del settore.

ONS è l’abbreviazione di Offshore Northern Seas, poiché l’evento era inizialmente rivolto alle aziende con attività nel bacino del Mare del Nord. L’ONS è la fiera di riferimento nel settore energetico. Un tempo dedicata agli idrocarburi, oggi copre tutte le nuove energie, la mobilità, il digitale e l’innovazione e attrae visitatori da tutto il mondo: la precedente edizione, ONS 2024, ha accolto oltre 70.000 visitatori e radunato più di 1100 aziende in provenienza da 35 Paesi.

L’Ufficio ICE di Stoccolma, che esercita la sua competenza anche sul mercato norvegese, sarà presente a ONS 2026 con una collettiva di aziende italiane della filiera dell’oil & gas, tubazioni e valvole.

 

Islanda, resilienza energetica e frontiere tecnologiche nel quadrante artico

L’Islanda ha consolidato un profilo di stabilità politica ed economica, superando definitivamente la crisi finanziaria del periodo 2008-2011 per posizionarsi come un mercato scevro dai rischi commerciali significativi del passato. La conformazione geologica del territorio impone tuttavia un monitoraggio costante dei fenomeni sismici e vulcanici, che rappresentano l’unica variabile di incertezza strutturale.

Con una popolazione di circa 400.000 abitanti e una densità di soli tre abitanti per chilometro quadrato, il Paese affronta sfide demografiche e logistiche peculiari. La forza lavoro è caratterizzata da un’età media di 38 anni e da un elevato livello di istruzione, con circa il 41% degli occupati in possesso di un titolo accademico. Tale dinamismo è alimentato anche da un flusso migratorio sostenuto dalla fine degli anni ’90, che ha favorito la produttività e risposto alla domanda di manodopera in settori in rapida crescita, sebbene abbia generato una pressione significativa sul mercato immobiliare e sulla disponibilità di alloggi sociali e accessibili.

Il modello economico islandese trae un vantaggio competitivo determinante dalle proprie infrastrutture energetiche, basate interamente su fonti rinnovabili: l’idroelettrico copre il 70% della produzione, mentre il restante 30% è garantito dal geotermico. Questa configurazione permette di offrire energia a prezzi competitivi per le industrie energivore e per lo sviluppo di Data Center, sostenuti da una rete di distribuzione affidabile e da una connettività in fibra ottica che lega il Paese all’Europa e al Nord America.

 

La domanda di energia islandese supererà l’offerta pianificata

Per diversificare la propria struttura produttiva e colmare il divario con le economie di maggiori dimensioni, il Governo ha introdotto un sistema di incentivi fiscali che prevede un’aliquota dell’imposta sul reddito delle società pari al 20%, inferiore alla media OCSE, e un credito d’imposta fino al 35% per le spese documentate in ricerca e sviluppo. Questi interventi mirano a stimolare l’espansione dei settori ad alto valore aggiunto, come le life sciences, le biotecnologie, la tecnologia sanitaria e i prodotti farmaceutici, con particolare riferimento alla genetica umana, alle cellule staminali e all’oncologia.

L’ecosistema islandese è inoltre orientato all’innovazione, favorito dall’integrazione nello Spazio Economico Europeo (SEE) che garantisce la libera circolazione di capitali, merci e servizi. Il SEE, istituito nel 1994, estende il mercato unico dell’UE a Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

 

Convergenza strategica nella transizione energetica

L’interscambio commerciale tra Italia e Islanda nel 2025 conferma una posizione di rilievo per il Made in Italy, che si attesta come il 14° fornitore del Paese con una quota di mercato del 2,5% nel 2025. Nel confronto con i principali competitor europei, l’Italia è a parimerito con la Francia (2,48%) e precede la Spagna (1,75%), pur rimanendo distanziata dalla Germania (8,60%) e dal Regno Unito (3,58%).

Le esportazioni italiane sono concentrate nella metallurgia destinata all’industria siderurgica locale — dove operano multinazionali come Alcoa e Rio Tinto — oltre che in macchinari meccanici, apparecchiature elettriche, autoveicoli e prodotti alimentari. Specularmente, le importazioni dall’Islanda riguardano in via prioritaria i prodotti ittici – fondamentali per l’economia islandese, rappresentano quasi il 40% delle esportazioni totali del Paese – l’alluminio e i preparati farmaceutici.

Il dinamismo del mercato islandese è confermato dal forte recupero degli investimenti diretti esteri (IDE) netti, passati dai -928 milioni di dollari del 2020 ai 1,4 miliardi del 2023. Per il 2025, le previsioni indicano flussi in entrata per 578 milioni di dollari, con una proiezione di 609 milioni per il 2026.

Un pilastro strategico della cooperazione bilaterale è rappresentato dal settore energetico, formalizzato attraverso il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione geotermica firmato a Reykjavik il 17 ottobre 2024. L’accordo definisce la cornice giuridica per la collaborazione tra enti pubblici e privati nell’esplorazione e nello sfruttamento delle risorse per la produzione di elettricità, teleriscaldamento e gestione di centrali, unendo il know-how islandese alle competenze industriali italiane nella conversione energetica.

Nel settore delle infrastrutture, la necessità di sostenere l’espansione del turismo — che nel  2025 ha visto più di 87.000 arrivi dall’Italia, pari al 3,8% del totale straniero, rendendo il nostro Paese il sesto mercato di provenienza — impone investimenti a lungo termine per adeguare la rete dei trasporti al massiccio afflusso di visitatori. In questo contesto si inserisce l’operatività di aziende italiane come la società di costruzioni Rizzani de Eccher, che si è aggiudicata diversi appalti nel Paese TDK Foil Italy attiva nella produzione di alluminio ad Akureyri. Nel settore digitale il gruppo Sia (Nexi) ha realizzato la piattaforma per i pagamenti elettronici istantanei della Banca Centrale islandese.

Ulteriori margini di crescita sono individuati nella bioeconomia blu, con particolare riferimento all’utilizzo delle acque reflue geotermiche per la piscicoltura e alla raccolta di alghe per la nutraceutica e la cosmetica.

 

Ad agosto il referendum sulla possibile ripresa dei negoziati di adesione all’UE

Il Governo islandese ha deciso nel mese di marzo di sottoporre all’Althingi – il parlamento islandese – una mozione di risoluzione che propone di indire un referendum il 29 agosto 2026 sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea (UE).

Il prossimo referendum porrà al popolo islandese la questione se l’Islanda debba riprendere i negoziati di adesione all’UE. Se il “sì” dovesse prevalere, questo referendum rappresenterebbe solo il primo passo di un processo negoziale; una seconda consultazione popolare deciderebbe successivamente sull’adesione vera e propria all’UE, una volta conclusi i negoziati e raggiunto un eventuale trattato.

L’Islanda, che si trova al crocevia tra Groenlandia, Russia, Stati Uniti, Canada ed Europa, ha presentato domanda di adesione all’UE nel 2009 e i negoziati si sono svolti tra il 2010 e il 2013, prima di essere interrotti. A distanza di undici anni, con il ritorno delle rivalità di potere e la crescente militarizzazione dell’Artico, il Paese costituisce un punto nodale per le rotte marittime.

In quest’ottica, poche settimane fa, UE e Islanda hanno firmato un accordo di partenariato in materia di sicurezza e difesa. Questa partnership, che rafforzerà ulteriormente la cooperazione bilaterale, si baserà su una serie di meccanismi di dialogo e consultazione per facilitare lo scambio di informazioni e fornire orientamento e supervisione, tra cui un dialogo annuale dedicato alla sicurezza e alla difesa.

 

Cattura diretta dall’aria della CO2: una tecnologia islandese per raggiungere la neutralità carbonica

La cattura diretta dall’aria è una tecnologia che consiste nel filtrare l’anidride carbonica in fase gassosa dall’aria e immagazzinarla in formazioni rocciose o utilizzarla come materia prima climaticamente neutrale per un’ampia gamma di prodotti, dalle bevande ai prodotti chimici, passando per i carburanti sintetici destinati all’aviazione.

L’Islanda ospita attualmente il più grande impianto al mondo per la cattura diretta dall’aria. Gestito dal settembre 2021 dalla joint venture islandese-svizzera Climeworks-Carbfix, l’impianto “Orca” cattura circa 4.000 tonnellate di CO2 all’anno e le immagazzina nel sottosuolo in formazioni di basalto. L’impianto è situato in prossimità di una centrale geotermica, il che gli consente di avvalersi di un’energia affidabile ed economica e di iniettare nel suolo la CO2 catturata.

I costi di riduzione delle emissioni di CO2 legati alla cattura diretta dall’aria si attestano attualmente, secondo le stime, tra i 200 e i 700 dollari per tonnellata. Se tali costi scendessero fino a attestarsi tra i 125 e i 335 dollari per tonnellata nei grandi impianti di cattura che eliminano più di un milione di tonnellate di CO2 all’anno, questo sistema potrebbe diventare un fattore di competitività nella transizione verso la neutralità carbonica in Islanda e altrove.

 

Intervista all’Ambasciatore d’Italia in Norvegia ed Islanda, Stefano Nicoletti

Petrolio, gas, geotermia, tecnologie per la cattura del carbonio: in quali settori Lei pensa che le risorse energetiche locali possano aprire a opportunità economiche per le aziende italiane, e in particolare per le PMI?

Il settore energetico rappresenta storicamente uno dei principali ambiti d’interesse per le società italiane in Norvegia. Eni ne è uno dei protagonisti. Il gruppo è presente nel Paese fin dagli anni ’60, agli albori dell’industria petrolifera norvegese. Eni, tramite la controllata Vår Energi, uno dei maggiori player dell’estrazione offshore degli idrocarburi, ha favorito lo sviluppo di una filiera che include altre importanti società italiane del settore, come Saipem (che sta perfezionando un mega accordo di fusione con la norvegese Subsea7), Tenaris, Cimberio, Troyer e PetrolValves. Le aziende italiane subfornitrici possono quindi sfruttare questa filiera per cercare opportunità in un contesto nel quale saranno sempre più importanti i prodotti e le soluzioni in grado di ridurre i costi di produzione e l’impatto ambientale derivanti dall’attività estrattiva. Il padiglione nazionale che Agenzia ICE organizza in occasione della fiera ONS di Stavanger, uno dei maggiori appuntamenti internazionali del settore oil & gas, rappresenta da questo punto di vista un eccellente veicolo per promuovere le nostre PMI su questo mercato. Non bisogna poi dimenticare il comparto delle energie rinnovabili e, nello specifico, dell’eolico, ambito in cui operano oggi Eni Plenitude, con la controllata Vårgrønn, e Renantis.

Per quanto riguarda l’Islanda, il MoU sull’energia geotermica firmato a Reykjavik il 17 ottobre 2024 rappresenta la cornice giuridica di riferimento per l’avvio di una collaborazione strutturata con l’Italia. Il comitato congiunto che sta lavorando all’attuazione dell’intesa mira a creare le basi per lo sviluppo congiunto di progetti che coinvolgano anche l’industria di settore dei due Paesi.

Le aziende italiane che volessero approfondire le opportunità che possono offrire il mercato energetico norvegese e islandese possono consultare gli e-book tematici prodotti dall’Ambasciata su oil & gas, fonti rinnovabili, eolico offshore e geotermico, che sono liberamente scaricabili dal nostro sito.

 

Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca Centrale norvegese, il Government Pension Fund Global, che possiede l’1,5% di tutte le azioni quotate a livello globale, detiene nel suo portafoglio titoli dello Stato italiano e azioni e obbligazioni di 96 aziende italiane leader nel loro settore di attività: perché, secondo Lei, questo forte interesse finanziario per il nostro Paese?

Il Fondo Sovrano norvegese effettua i propri investimenti secondo logiche di mercato ed è guidato da criteri improntati al perseguimento della massima redditività. L’ottimo andamento del mercato azionario italiano nel 2025 ha quindi riservato non poche soddisfazioni ai gestori del Fondo, grazie soprattutto al rialzo di molti titoli del settore bancario quotati a Piazza Affari, che hanno favorito una crescita degli investimenti sull’azionariato italiano nel suo insieme del 42,6%. Notevole anche la performance sul mercato obbligazionario, grazie alla crescita dell’esposizione del Fondo verso i titoli di società come Intesa Sanpaolo, Banco BPM e BPER Banca, ma anche di grandi player dell’energia come Eni ed Enel. Bisogna infine ricordare che nel 2024 il valore dei titoli del debito pubblico italiano detenuti dal Fondo è aumentato del 36,8%, situandosi a poco più di 8 miliardi di dollari, grazie all’acquisto di nuovi BTP per 2,2 miliardi di dollari, cui ha fatto seguito una progressione, sia pur più moderata, anche nel 2025. Questi dati confermano la fiducia da un lato nella traiettoria di crescita economica del nostro Paese, dall’altro nella stabilità finanziaria dell’Italia e nella maggiore sostenibilità a lungo termine del nostro debito sovrano.

In prospettiva, una traiettoria di prudente e sostenibile gestione del nostro debito pubblico non potrà che consolidare le decisioni di portafoglio degli analisti del Fondo. Al tempo stesso, sussistono i margini per una crescita degli investimenti in aziende quotate del nostro Paese, qualora si riuscissero a presentare opportunità o tipologie di investimenti in grado di fornire il richiesto livello di redditività e di solidità societaria.

 

Con l’elevatissimo PIL pro capite che contraddistingue gli indicatori economici della Norvegia e dell’Islanda, in quali settori specifici il Made in Italy può portare valore aggiunto nel tenore di vita locale?

In Norvegia (ma lo stesso discorso può valere per l’Islanda) i prodotti del Made in Italy nel settore dei beni di consumo sono conosciuti, apprezzati e acquistati soprattutto dalle fasce di reddito medio-alte, in particolare nell’area della grande Oslo. Per compensare la scelta incredibilmente limitata di prodotti stranieri che si possono trovare sugli scaffali della GDO, in questi ultimi anni è cresciuta molto sia la ristorazione italiana che l’offerta di prodotti alimentari del nostro Paese presso i negozi specializzati, che viene incontro al desiderio di molti Norvegesi di migliorare la qualità e la varietà della propria alimentazione. Iniziative come la Settimana della Cucina Italiana sono destinate a promuovere e a sostenere questo interesse verso le nostre produzioni.

Nel settore della moda, della pelletteria e della cosmetica, laddove la fetta numericamente più ampia dei consumatori tende a privilegiare i prodotti del fast fashion (come Zara e H&M) e l’usato/vintage, sono presenti diversi grandi brand del nostro Paese, che contendono ai competitor francesi il mercato del lusso. Analogo discorso può essere fatto per il comparto del design, ove le nostre produzioni, in un mercato dominato dal gigante IKEA e dalla forza del design scandinavo, sono rivolte a un pubblico abbiente alla ricerca di uno stile particolarmente sofisticato. Anche qui, sfruttiamo ricorrenze come la Giornata Nazionale del Made in Italy o la Giornata del Design Italiano per valorizzare i nostri prodotti presso un pubblico più ampio e diversificato.

Proprio in questi giorni abbiamo celebrato ad Oslo l’IDD 2026 in compagnia del famoso architetto Mario Cucinella, sul tema della rigenerazione degli spazi urbani portando come esempio il lavoro fatto a Milano nel Palazzo che ospita la Fondazione Rovati e coinvolgendo anche la società Goppion, leader mondiale nelle teche museali, che ha fornito il proprio prodotto sia per presentare la collezione etrusca della Fondazione sia, qui in Norvegia, per ospitare le collezioni del Museo Nazionale norvegese, inaugurato nel 2022 o per quello della Civiltà Vichinga che dovrebbe essere inaugurato nel 2027.

Oltre al design, declinato nel legno-arredo ma anche nell’illuminazione, in un Paese di grande tradizione sportiva quale la Norvegia, ove la vita all’aria aperta è parte integrante della cultura nazionale, a dispetto della concorrenza dei marchi norvegesi specializzati trovano infine un buono spazio su questo mercato le attrezzature e l’abbigliamento italiani per l’outdoor e la montagna.

Analogamente a quanto detto per il settore energetico, le aziende italiane possono trovare un primo orientamento nelle guide tematiche pubblicate dall’Ambasciata su cosmetica, interior design, attrezzature tecniche per l’outdoor e la montagna, bevande e prodotti alimentari.

 

I turisti italiani si posizionano nella Top 10 degli arrivi internazionali in Islanda: come spiega, Ambasciatore, questa forte attrazione per il Paese? Ci sono opportunità che possono scaturirne per le aziende italiane del settore?

L’Islanda è una terra ancestrale e primitiva, di ghiacciai e vulcani, saghe nordiche ed aurore boreali, che esercita un’indubbia attrazione sul viaggiatore straniero. Per una serie di fattori che vanno dagli investimenti nelle infrastrutture, alla crescita dei collegamenti aerei, all’effetto moltiplicatore dei social media, alla visibilità garantita da film e serie TV di successo girate in Islanda, il turismo negli ultimi 15 anni è cresciuto a dismisura. Secondo dati dell’ente turistico islandese, nel 2025 il Paese è stato visitato da più di 87.000 turisti italiani, il che ci posiziona effettivamente al sesto posto tra gli arrivi internazionali per nazionalità dietro a Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Cina e Francia. L’incremento del turismo italiano è andato di pari passo con la crescita della presenza dei nostri connazionali residenti nel Paese, che secondo gli ultimi dati AIRE si aggirano intorno alle 900 persone. Diverse professioni e attività svolte dai nostri connazionali sono quindi direttamente o indirettamente legate all’ambito turistico e dell’ospitalità: guide turistiche e tour operator, ristoratori, camerieri, baristi, cuochi e personale di alberghi e guest house. Altri connazionali lavorano invece nel settore accademico e della ricerca, in imprese locali, nel settore medicale o anche in attività artistiche e culturali. Abbiamo anche connazionali che insegnano antica letteratura islandese o lingua islandese all’Università di Reykjavik.

Si dice spesso che gli Italiani siano i migliori ambasciatori del nostro Paese all’estero. La loro presenza, le loro abitudini e il racconto dei loro luoghi di origine possono pertanto favorire una crescita della sensibilità e dell’interesse dei consumatori locali verso l’Italia come meta turistica, generando a cascata ricadute positive sulla filiera italiana del settore.

 

 

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