Questo sito utilizza cookie tecnici, analytics e di terze parti.
Proseguendo nella navigazione accetti l'utilizzo dei cookie.

Preferenze cookies

Tajani: «L’Africa non è terra di conquista. Siamo preoccupati dalle milizie private» (Avvenire)

«L’Africa non deve diventare terra di conquista, è impensabile immaginare oggi una nuova corsa a quel Continente come quella di infausta memoria dell’Ottocento. Tuttavia, in Paesi come il Sudan, la Libia o la Repubblica Centrafricana notiamo da tempo crescenti influenze straniere che causano un deterioramento delle condizioni di sicurezza e stabilità in aree di per sé già molto fragili. Non possiamo accettare quest’ordine delle cose. Non credo che gli Stati Uniti siano un attore inesorabilmente in via di estinzione, ma certo noi dobbiamo chiedere all’Unione Europea di impegnarsi di più nel Continente, anche perché è bene ricordare che l’Unione rimane il primo donatore in Africa». È chiaro il messaggio che manda il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani mentre in Sudan non decolla la fragile tregua e si continua a morire e fuggire.

Ministro, ciò che è avvenuto a Khartum è solo la punta di un iceberg di quello che si sta già verificando altrove in Africa: la guerra per il ritorno a una seconda generazione della politica dei blocchi. Con Cina e Russia alleati a geometrie variabili e americani con un potere inesorabilmente in via di estinzione. Ci si può rassegnare a questa situazione? La gente dell’Africa merita ancora questo? Dovrà avere ancora come unica alternativa la fuga verso nord?

È nota la crescente presenza della Cina, ormai da tempo uno dei principali attori economici nel Continente. Da tempo è entrata in campo la Russia, un attore che sta recitando una parte basata su una strategia politico-militare. Gli interessi dei due Stati non sono sempre coincidenti, ma è certo che essi si pongono spesso in opposizione con quelli occidentali. Alle Nazioni Unite abbiamo visto un significativo numero di Stati africani che hanno assunto una posizione di neutralità astenendosi dal voto sulle risoluzioni di condanna dell’aggressione all’Ucraina o, in pochi ma eclatanti casi, esprimendo un voto contrario su queste risoluzioni. Un più intenso dialogo con quei Paesi è d’obbligo, anche perché ne va del nostro futuro. Creare opportunità di crescita sostenibile nei Paesi africani, promuovendo gli investimenti e offrendo ai giovani programmi formativi di eccellenza, è la chiave non solo per aiutare quelle popolazioni a trovare nuove opportunità di sviluppo in patria, ma anche per combattere il circolo vizioso che lega disoccupazione, flussi migratori irregolari, estremismo violento, guerre e crisi umanitarie.

E che fa l’Italia? Mentre l’Europa continua ad andare in ordine sparso senza una politica se non quella che la Francia di Emmanuel Macron prima ha tentato di imporre e ora sembra abbandonare?

L’approccio italiano non ha agende nascoste. Il nostro obiettivo è creare partenariati solidi e di prospettiva, con la consapevolezza che l’Africa diverrà nei prossimi anni il Continente più popoloso ed il più giovane e sarà sempre più al centro di molteplici, complesse dinamiche, con innegabili ripercussioni anche sull’Italia e sull’Europa. Con il Piano Mattei, che verrà lanciato in autunno durante il Summit Italia-Africa, il governo intende rilanciare i rapporti coi Paesi africani e dare all’Italia un ruolo di primo piano nei rapporti tra Africa e Europa, di ponte tra i Continenti. Oggi più che mai occorre una visione strategica dei nostri rapporti con l’Africa ed un’azione ispiratrice e di stimolo all’interno dell’Ue. L’Europa sta investendo in Africa, anche con strumenti come il Global Gateway, ma può e deve fare di più. La dimensione esterna dei fenomeni migratori non è più ignorabile. Ci vuole una nuova consapevolezza in grado di coniugare i principi di responsabilità e solidarietà.

Gli interessi nazionali, petrolio e gas in Libia e Algeria, petrolio e gas in Mozambico, Congo per fermarsi solo agli insediamenti di Eni. O la risoluzione di altri problemi di solvenza legati a grandi imprese italiane coinvolte in mastodontici progetti edilizi, ne basti uno quello della diga del Grande Rinascimento in Etiopia. Come intendete difendere queste realtà?

Le eccellenze italiane nel mondo sono apprezzate e ricercate, anche quando si tratta di mettere in campo progetti di particolare complessità come quello della Renaissance Dam in Etiopia, ovvero le collaborazioni in campo energetico, che guardano sempre alla transizione ecologica e che puntano a un partenariato egualitario e di mutuo beneficio con i nostri partner. Il sistema economico italiano è forte, e il commercio estero è il nostro vero volano di crescita. Il governo sta puntando molto sulla Diplomazia della Crescita, sostenendo le imprese nelle loro esportazioni e difendendo il Made in Italy. Promuoviamo missioni per la crescita in tutti i continenti e abbiamo adottato importanti misure a sostegno delle nostre aziende. Siamo convinti che il partenariato economico con il Continente africano debba fondarsi, oltre che sull’interscambio commerciale, anche sulla promozione di investimenti produttivi e di nuove opportunità imprenditoriali. Tra le varie azioni che stiamo portando avanti in Africa vorrei menzionare l’Iniziativa Luca Attanasio, ispirata a proposte operative a suo tempo suggerite dal compianto Ambasciatore, e dedicata ai mercati dei Paesi dell’Africa subsahariana che presentano le maggiori opportunità di sviluppo e investimento e dove è fondamentale un sostegno e un accompagnamento istituzionale particolarmente mirato per il nostro tessuto imprenditoriale.

I nuovi jihadismi alimentati da agenti esterni, milizie chiaramente riconducibili a Stati. Insomma sembra essere tornati ai tempi dei consiglieri militari dell’Urss, degli americani, del Che in Congo. Che fare?

La presenza in Africa di compagnie militari private ci preoccupa. A causa dell’ondata jihadista nel Sahel, ma non solo, diversi Stati africani hanno richiesto o accettato l’aiuto di compagnie militari straniere che possono essere pagate in denaro o sotto forma di concessioni minerarie. Sono mercenari che vanno in soccorso di governi in difficoltà nel mantenimento della sicurezza dello Stato. Serve una seria riflessione a livello internazionale per elaborare codici di condotta che disciplinino il fenomeno delle compagnie militari private. Ma serve soprattutto una costante azione di prevenzione. Da un lato, esperienze come quelle delle missioni civili e militari Ue per fornire assistenza a vari Stati africani ci mostrano come l’Europa possa e debba diventare un punto di riferimento per partner africani in difficoltà. Dall’altro, bisogna finalmente avviare una nuova era di crescita africana, per evitare che Stati fragili, già in crisi, vengano travolti quando affrontano minacce come quella jihadista.

Un tempo ci si affidava alla cooperazione internazionale, ma l’aggressività di altri Paesi ha dimostrato che gli aiuti finivano spesso in mani sbagliate o venivano addirittura “fraintesi”. Non è l’ora di uscire da vecchi concetti e arrivare direttamente a chi ha bisogno?

Il vecchio concetto di cooperazione allo sviluppo non basta più. Ci vuole un approccio nuovo, volto a costruire progetti condivisi con i governi e le comunità beneficiarie. La crescita economica non è sufficiente per ridurre la povertà, deve essere inclusiva e coinvolgere le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economica, sociale e ambientale. Ed è su queste dimensioni che si articola l’intervento della Cooperazione allo sviluppo italiana. Le nostre politiche di cooperazione mirano a promuovere non solo lo sviluppo ma anche la pace e la stabilità.

Ti potrebbe interessare anche..